Cento donne. Eleonora

Cento donne. EleonoraEleonora scelse uno dei suoi tè preferiti e, nonostante l’ora tarda, se lo preparò. Una bella tazza piena e fumante. La giornata non era stata delle migliori: iniziata male, era finita peggio.

Quando l’ultima risposta acida e secca le era arrivata in faccia come un insulto, qualcosa di non troppo definito le si era conficcato in gola. Al momento di rincasare quel qualcosa ancora se ne stava lì. Nel lasciare l’ufficio aveva avuto quasi la certezza che si trattasse di tutto ciò che avrebbe voluto dire di rimando e che non fece in tempo ad uscire.

Beh, quello di non avere la risposta pronta era faccenda di tutta una vita: l’educazione con cui ci crescono è potente. Comunque capì che era arrivato il momento di chiarirsi le idee e di mettere ordine in ciò che sentiva, fra rabbia, frustrazione e ambizione.

Un tè era il compagno adatto per quella riflessione. Non riusciva però a sapere bene quale fosse davvero il punto da cui partire.

Precisa com’era, pensò che con carta e penna sarebbe stato più facile: scrivere era sempre stato il modo migliore per parlare al suo io più profondo, quello sepolto dal senso del dovere e dall’autocontrollo.

Istintivamente scrisse casa. Casa?! Certo non quel monolocale da professionista rampante esaurita! Casa era una parola dolce, che riservava a quelle vecchie mura in cui era nata, oddio non in senso “tecnico”.

Era nata nell’ospedaletto del paesotto vicino, ma comunque lì era stata portata subito dopo e lì aveva vissuto fino all’università. Ci era tornata sempre fino a due anni prima.

Ora era chiusa, i nonni non c’erano più, i suoi vivevano in città da qualche tempo, poco distanti da lei, che era la loro unica figlia. In verità non si vedevano molto, le lasciavano lo spazio che lei aveva preteso, ma comunque avevano la sensazione che così non si erano davvero mai lasciati.

Quella casa era stata messa in vendita, per sua insistenza: voleva chiudere col passato per essere più sicura delle scelte fatte, per sentirsi più comoda in quella nuova veste di self made woman, ma le mancava sempre qualcosa, non era mai davvero a proprio agio. Mai. Le fu chiarissimo.

Si era fatta un programma preciso, il giorno in cui era partita per l’università, e, voce dopo voce, aveva cancellato ogni traguardo raggiunto con quella ferrea determinazione.

Eppure ora si sentiva una che non era arrivata a nulla. Le fu dannatamente chiaro che aveva compilato la lista sbagliata! Strano come l’ovvio sia tanto invisibile a chi è deliberatamente cieco.

Aveva scelto studi spinta dall’ambizione e non dall’inclinazione, si era disegnata un modello di donna da seguire, perché ambito. Perfino nella scelta dei compagni si era fatta guidare da ciò che era sensato, opportuno, rassicurante.

In verità nessun legame aveva poi funzionato. Nessun legame aveva replicato la gaiezza e il trasporto del suo primo amore lasciato al paese: Guido.

Che fosse tanta pianificazione la ragione di tanta sconfitta? L’essersi lasciata guidare solo dalla determinazione e dalla razionalità, che lei aveva sempre volutamente ed erroneamente chiamato buon senso, l’aveva dunque portata a costruirsi una vita in cui non era mai entrata, in cui non poteva entrare, perché non adatta a lei.

Quel cuore che si era ostinata a non sentire più, quel desiderio di riscatto sociale erano dunque stati la vera ragione di quella infelicità e disagio, in cui da anni si muoveva.

Quando era stata l’ultima volta in cui si era rilassata e aveva trascorso un’intera giornata a fare ciò che davvero le piaceva? Era giunto il tempo di tirarsi fuori da quella vita: non era la sua, non sarebbe mai stata felice e aveva un bisogno disperato di esserlo.

Casa, ecco il punto da cui partire. Non l’avrebbe più venduta, per ristrutturarla avrebbe invece usato tutto il denaro della liquidazione (licenziarsi e subito!) e della vendita di quel monolocale tanto alla moda, in cui si muoveva da figurante.

Quella vecchia casa era stata prima dei nonni contadini e poi dei suoi. Adorava cucinare e dietro il giardinaggio aveva nascosto la sua passione per la terra.

Aveva gusto – glielo riconoscevano tutti – e aveva viaggiato, aveva dunque gli strumenti per realizzare un vero progetto: un Bad & Breakfast.

Si sarebbe affidata a un vecchio amico d’infanzia per la ristrutturazione e avrebbe chiamato Guido per aiutarla con il grande podere, che circondava quella vecchia casa.

Guido! Il suo primo amore. Si era laureato in Agraria e aveva convertito la terra della sua famiglia in una moderna azienda bio. Non si era mai sposato e, a quanto ne sapeva, al momento era single.

Andò finalmente a letto, felice e piena di progetti. Avrebbe ricominciato daccapo. Sarebbe tornata a casa e poi chissà… c’era un’altra vita ad attenderla. La sua.

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