Cinecittà compie ottant’anni

28 aprile 1937: nasce Cinecittà, si inaugura la città del cinema voluta da Mussolini.

La cinelandia italiana è il più moderno centro di produzione cinematografica d’Europa. Infatti i tedeschi, nella ritirata, provvederanno a saccheggiarla. L’istituto LUCE con i suoi cinegiornali ne ha seguito la realizzazione, ripreso l’inaugurazione e l’arrivo del Duce nella visita ufficiale del 5 maggio, quando Cinecittà è ormai entrata in attività, mostrandone le strutture e i potenti mezzi all’avanguardia.

“L’occhio del regime”, come era definito, tornerà ancora per riprenderne i protagonisti e svelarne alcuni segreti necessari a creare quei lungometraggi cari al regime e agli Italiani di allora.

Dovremmo definirla nata dalle ceneri della Cines, considerata a sua volta il maggior complesso cinematografico d’Europa. Infatti è nella notte di quel giovedì 26 settembre 1935, quando i teatri 3 e 4 arsero per un incendio su cui mai si fece luce, trascinando nel rogo il destino stesso della Cines che, a detta di Luigi Freddi – Direttore della Cinematografia di quegli anni -, “nacque Cinecittà”.

L’idea della forgia per “l’arma più potente” del regime prese forma di fronte a quelle ceneri. In 16 mesi fu realizzata e poi “varata” con un polpettone di propaganda quale Scipione l’Africano, un gigantesco kolossal, che vide fra le centinaia e centinaia di comparse perfino un giovanissimo Alberto Sordi. Film retorico e pedante fu snobbato dall’italico pubblico, che non si accalcò al botteghino per vederlo.

Questo in soldoni il quadro storico, ma in verità ciò che gli ottant’anni di Cinecittà mi evocano non sono le immagini in bianco e nero dei cinegiornali quanto il primo ricordo che ho di questo luogo magico.

Il suo ingresso mi apparve a salire i gradini della stazione della metropolitana in un giorno di sole di tanti anni fa, era il 1995. Per i 100 anni del nostro cinema era stata allestita una mostra storico-celebrativa in questo luogo incantato: fu come entrare in una scatola enorme piena di mirabilia.

Mi sentivo come una lillipuziana finita in qualche luogo fatato non meglio precisato, dove ad ogni mio passo si materializzavano innumerevoli oggetti visti sullo schermo, secondo un preciso percorso storico, finalmente tridimensionali.

Ero andata sola, perché non era un’esperienza che avrei voluto condividere: era mia! Un momento di religioso silenzio, in cui non avrei voluto nemmeno la persona più cara a distrarmi da ciò che vedevo, ricordavo, ricostruivo…

Conservai lo stupore e l’emozione per l’intero indimenticabile percorso.

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