Cinema, parola fatata

Peccato che sia una canaglia (1954) di Alessandro Blasetti

Dico cinema e penso in bianco e nero.

La maggior parte dei film della mia vita è quella che, per autori, protagonisti, figure chiave ha fatto la storia del nostro cinema.

Quando ho iniziato a vederli? Appena ho avuto il bene dell’intelletto. Io sono cresciuta con la Magnani, Vittorio De Sica, Sordi, Aldo Fabrizi, Totò, Amedeo Nazzari, Vittorio Gassman, Nino Manfredi, Vitti, Loren, Lollo, Silvana Mangano e tutto il mondo dei protagonisti e dei caratteristi del nostro cinema classico.

Il colore invece resta per me legato ai film della Hollywood d’oro, quella delle grandi majors, Metro-Goldwyn-Mayer su tutte con i suoi indimenticabili musical.

Brigadoon (1954) di Vincente Minnelli

Il cinema mi ha sempre accompagnata. Ho la fortuna di appartenere alla generazione di coloro che da bambini andavano al cinema parrocchiale di domenica, dove ho visto il mio primo film di Totò: Siamo uomini o caporali?, certo a sei anni non ero in grado di capirne il valore, ma quello strano attore mi colpì subito.

La televisione non era quella di oggi e i canali erano pochi, nessuno privato e la programmazione a tempo quindi i film per lo più si vedevano sul grande schermo, dove venivano proposti e riproposti. Al cinema ho visto Biancaneve, Bambi, Mary Poppins, che certo non sono della mia generazione e sul grande schermo per la prima volta ho visto Via col vento, in una sala piena da rischiare di rimanere in piedi.

Le file al cinema le ricordo fino alle medie, poi non più. Seguirono la crisi e poi i VHS e poi il diluvio.

Il primo film della Magnani che ricordo è L’onorevole Angelina, mi rimase impresso però anche La sciantosa, girato per la tv e che trasmisero quando morì. Non ricordo la sua dipartita, ma quel film, che mi turbò: lei era talmente… non so come dire… forte, usciva dallo schermo, la scena in cui canta di fronte ai feriti mi sconquassò.

Di Fabrizi non ricordo quale fu il primo film che vidi – forse perché ancora avevo il bene di goderne in televisione, mancherà infatti nel 1990 – così come di Ave Ninchi, che ricordo in un noto Carosello.

Quella televisione oggi non c’è più, la televisione di Stato ha smesso di essere Mamma Rai da un pezzo. Non esistono più le annunciatrici o la storica tv dei ragazzi né quel garbo e quell’attenzione ai modi e ai contenuti: oggi la differenza fra la  televisione di Stato e quella commerciale si gioca sul grado di sbracataggine.

Il buon cinema passa di notte e la pubblicità non è più un intrattenimento, ma un imbonimento a volte sguaiato.

Sono dovuta diventare grande e ho dovuto occuparmi di cinema per dare spesso un nome a volti familiarissimi – mi riferisco soprattutto ai grandi caratteristi – e alle voci indimenticabili dei più grandi doppiatori.

Il mio stupore quando, studentessa di Giurisprudenza imbucata al DAMS, scoprii che i ragazzi, che tutto sapevano di Pasolini e Fellini, di Volontè e di Villaggio, non conoscevano ad esempio Luciano Emmer e Mario Camerini o Aldo Sivani e il grande Carlo Romano, né il corso di Storia del Cinema forniva loro i mezzi per colmare simili lacune. Solo la passione, la ricerca e soprattutto la costante visione di film potevano farlo.

Il cinema ha avuto sempre un grande fascino per me, mi ha fatto compania da ragazzina nelle ore estive in cui era d’obbligo andare a riposare, nel dopopranzo in cui non avevo ancora voglia di dividermi fra il latino e il greco o anni dopo fra un noioso esame di diritto e l’altro, quando ormai non mi rimanevano che gli esami più tecnici e mnemonici o quando un dispiacere mi angustiava o, senza libri a portata di mano, rischiavo la noia per un tempo morto.

Il cinema è un viaggio magnifico e la sua storia può restituirmi l’Italia dei miei nonni o dei miei genitori. Poi ognuno ha i propri gusti e segue questo o quello. Io non mi limito alla storia del cinema italiano ovviamente, ma questa resta il mio più grande amore.

Personalmente credo che la decima musa dovrebbe essere inserita stabilmente nei programmi scolastici e credo fermamente che il cineforum sia una grande richezza in un programma.

All’arte si educa e il cinema è arte, come il teatro. Per entrambi mia madre è stata la mia iniziatrice, come la mia professoressa di lettere alle medie è stata colei a cui devo in un certo senso la mia prima “recensione”.

Donna illuminata, organizzò per noi un cartellone di film forse oggi impensabile per ragazzini di 12/13 anni: niente meno che capolavori del Neorealismo come Ladri di biciclette o Il tetto e opere come Il posto.

Nella mia vita non so quanti film finora abbia visto, ma so che ancora sono molti quelli che vorrò vedere o rivedere.

Roma città aperta (1945) di Roberto Rossellini

Nell’anteprima Guardie e ladri (1951) di Steno e Monicelli

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