Eduardo, 120 e sempre vivo

Eduardo, 120 e sempre vivo | Aida Mele MagazineOggi ricorrono i 120 anni dalla nascita di Eduardo. Il grande Eduardo. Per lui non occorre il cognome, quello stesso cognome che fu il suo marchio: come figlio illegittimo e come erede di una grande tradizione teatrale. Tanti gli articoli usciti e altri ne usciranno. Non voglio farne un ennesimo parlando di cosa scrisse e cosa interpretò, in questo caso voglio parlare di altro.

Voglio dire che fu un Nobel mancato. Sebbene qualcuno lo sostenga, a me non risulta affatto che vi sia stato mai candidato e mi sembra un’assurdità, essendo considerato fra i più grandi autori del Novecento.

Sarebbe stato meritatissimo, lui che fu rappresentato ben oltre i patri confini, se mai qualcuno pensò che l’aver scritto in napoletano potesse essere il suo limite.

In verità il concetto di limite è proprio ciò che non viene in mente a leggere i suoi scritti o ad assistere alle sue opere. Al contrario mi vengono in mente parole e duque concetti opposti come universale, atemporale.

Eduardo fu drammaturgo, poeta, attore, capocomico e… filosofo. Nel senso pieno e aulico del termine, non come banale luogo comune riferito spesso ai Napoletani. Lo fu davvero. I suoi scritti sono attraversati tutti da profonde riflessioni e articolate conclusioni sulla natura umana, sulla vita, sul senso pieno dell’essere e dell’esistere.

Non c’è nulla della sua opera che non sia permeato dall’osservazione acuta, dall’analisi puntuale dei meccanismi del vivere e del relazionarsi. Tutta la sua opera è la traduzione artististica del suo pensiero, secondo il quale la vita è un enorme palcoscenico, dove ognuno interpreta il proprio ruolo.

Il teatro non fa altro che rappresentare la vita, ne è il suo specchio. Il teatro di evasione non era nelle sue corde, nel suo pensiero.

Lui che potremmo dire nato a teatro, che vi è entrato da bambino, ha scoperto presto che i drammi che vi si recitavano, così come le commedie sempre venate di esperienze vissute, non erano altro che ciò che vedeva a sipario calato.

La sua Filumena Marturano lo esprime benissimo. Rivedetevi o vedetevi il meraviglioso Matrimonio all’italiana di Vittorio De Sica (1964), da cui è tratto e non perdetevi una sola parola della confessione di Filumena ai figli e ancor più del discorso di Filumena a Michele Soriano sulla collinetta quando si rivedono dopo che lei ha lasciato casa, prima di allontanarsi e abbandonarlo ai suoi dubbi. In quei passi della commedia e dunque del film c’è tutto il pensiero eduardiano: la vita va in scena esattamente come l’arte che la rappresenta.

Eduardo ha scritto capolavori grondanti di umanità, concedetemi il pessimo verbo scelto. Chi non ne conosce che Natale in casa Cupiello, che già da sola esemplifica l’opera e il pensiero eduardiano, non si perda l’occasione preziosa che la RAI offrirà ogni sabato fino a novembre su RAI 5 nel trasmettere tutte le sue opere registrate in studio e compri le sue lezioni di teatro e le sue poesie. Se non sapete leggere il napoletano, in rete troverete tante sue registrazioni. Nulla è banale, nemmeno la poesia dedicata al ragù.

Eduardo è un autore che andrebbe studiato a scuola, perché molto ha da insegnare a questi tempi e ai tempi che verranno, proprio perché Eduardo non ha tempo: la sua opera tutta non fa che raccontare la vita e i suoi interpreti, sempre eterni, e come la vita non ha mai i caratteri netti né della tragedia né della commedia: è l’una e l’altra, è il riso e il pianto, è in definitiva le due maschere del teatro.

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