Fratelli d’Arte e Figli del Set

Ci sono libri che catturano fin dall’introduzione, Fratelli d’Arte è uno di questi.

Nel sottotitolo Storia familiare del cinema italiano c’è tutto l’amore di cui è fatto, tinto di nostalgia e tenerezza, un libro che parla molto anche di assenza, in ogni sua accezione.

Pagine in cui si sente il cuore di chi racconta, un libro da non perdere anche per chi si occupa di storia del cinema, perché vi si trovano informazioni preziose.

Dopo Spesso sono arrivata seconda e Amedeo Buffa in arte Nazzari, questo è il terzo libro che recensisco di Evelina Nazzari, che qui però ha una compagna di penna: la coautrice e ideatrice del progetto Silvia Toso, figlia di Otello.

In verità la penna è quella di ciascuno dei fratelli d’arte e sono tanti, dai più noti al grande pubblico, come Emi De Sica e la stessa Evelina, ai meno conosciuti, che spesso hanno scelto strade diverse da quelle degli “ingombranti” genitori.

Gli artisti forse restano bambini in qualche angolo della propria personalità per poter essere così creativi e questo può complicare il loro ruolo di genitore.

Ci sono denominatori comuni che rendono questi figli di uomini e donne di cinema appunto fratelli, perché, pur nelle personalissime storie, condividono spesso aspetti frequenti o ricorrenti di infanzie privilegiate, ma tutt’altro che semplici.

Silvia Toso con il papà Otello

Difficile mantenere una normalità quando tutto è straordinario.

Potremmo dire che testimoniano di un mondo del cinema visto con gli occhi di chi è nato all’ombra delle luci del set, che è cresciuto in una realtà dilatata o falsata dai riverberi di quelle luci, di chi è stato bambino allora, ai tempi di quel cinema che non c’è più.

Anche quando a farci entrare nella vita altrui è chi quella vita l’ha vissuta, bisogna sempre entrarci con rispetto, in punta di piedi: le confessioni non autorizzano mai giudizi, ma è lecito e spontaneo ricavarne delle riflessioni o opinioni.

Quali siano le mie poco importa, ciascun lettore se ne farà di proprie, a me interessa sottolineare altro: che è un libro che sa svelare esperienze molto private con grande garbo, coinvolgendo ed emozionando.

In tempi volgari come questi sapersi raccontare diventa un pregio.

Anche in questo è un libro ben fatto: aiuta a capire, conoscere, ma non lascia nessun amaro in bocca. Svela, ma non infanga. Mi auguro che le autrici pensino a un seguito, perché sono ancora molti i fratelli d’arte che mancano all’appello e tanto c’è ancora da raccontare e da leggere.

Tutti gli intervistati appartengono “per nascita” al cinema italiano, a quello che è stato il cinema italiano, a quella sorta di comunità di professionisti e delle loro famiglie, che concepiva il cinema come un insieme di piccoli e grandi mestieri, nati dal talento, dal genio, dalla gavetta, dall’inventiva, dalla collaborazione, dall’intraprendenza, dall’amicizia e dalla perseveranza.

Proprio a questo cinema pensava Carlotta Bolognini quando ha prodotto e sceneggiato Figli del Set insieme al regista Alfredo Lo Piero. Un docufilm che ho potuto vedere sul grande schermo e che mi piacerebbe aveste modo di trovare.

Purtroppo nel frattempo sia per il libro che per questo mediometraggio abbiamo dovuto salutare alcuni testimoni, perché intanto la vita vera corre via.

Carlotta, nipote di Mauro Bolognini, grande regista, e figlia di Manolo, produttore di tanti film, confeziona con Lo Piero un omaggio bello e sentito a quel nostro cinema attraverso appunto testimonianze, che hanno un tono più leggero rispetto al libro, che racconta invece il privato più che i ricordi.

Un docufilm che tocca molti dei mestieri del cinema, ricordandoci che dietro a un nome che scorre sullo schermo, ce ne sono tanti altri e non tutti compaiono, ma tutti sono indispensabili perché si arrivi proprio lì, a quel grande schermo.

Fra il pubblico in sala, chi più chi meno, ciascuno di noi ha sorriso, riso con i ricordi di Simona Izzo e si è emozionato nella sequenza finale o nel rivedere chi nel frattempo ci ha lasciato, perché tutto ciò che evoca quel cinema suscita inevitabilmente emozioni, perché ci trascina verso una carrellata di titoli e di artisti indimenticabili, verso infinite ore liete, di cui – come dico sempre – bisogna esser grati.

In copertina Evelina Nazzari col papà Amedeo.

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