Giovanna Minelle, una fotografa e il suo viaggio in solitaria (11)

Giovanna Minelle ha lasciato Coimbatore.

Putthaparti
Arrivo all’ashram dopo un viaggio in treno di un giorno e una notte. Al portone d’ingresso perquisiscono me e la borsa, mentre lo zaino finisce sotto uno scanner alla reception.

L’ashram è cinto da mura. Ho la sensazione di entrare in un castello senza aver attraversato il fossato. Le casette di due, tre piani al massimo sono dislocate lungo stradine che intersecano la via principale. Scopro un grande giardino, pulitissmo e curato dove le piante creano un quadro di colori e grazia e i fiori lo animano aprendosi e chiudendosi seguendo l’arco del sole, mentre spandono i loro profumi in un’alternarsi di giorni assolati e fresche notti. Tutto è pace.

Fuori dall’ashram c’è l’India con il suo caos: il traffico, i venditori ambulanti e le botteghe sempre aperte. Nel tempio si esprime il massimo dello sfarzo, forse un po’ kitsch per i miei gusti.

Ogni sera nell’ashram va in scena un concerto di musica e canti. Qui è vietato girare con la borsa se non per uscire.

Condivido la stanza con Rita, conosciuta ad Amritapuri, lei viene abitualmente ogni anno come molte altre donne e uomini italiani. Potrebbero formare la comunità degli Italiani a Putthaparti, tanto sono numerosi.

Ho fame e alla West Canteen (c’è anche una East Canteen) preparano colazioni, pranzi e cene degne di un ristorante stellato, ma a prezzi ridicoli.

Trascorro le giornate all’ashram paseggiando lungo i vialetti in fiore, gustando noci di cocco, riposando sotto la statua del Buddha, lavando i panni, leggendo e intrattenedo lunghe e interessanti conversazioni con Rita.

Come ho detto ancora, amo diventare abitudinaria, ma non prima però di aver esplorato un considerevole numero di chilometri quadrati che circondano il luogo in cui mi trovo.

Ogni volta che esco dal portone finisco nell’India di sempre, quella che più mi è familiare, brulicante e rumorosa. Il villaggio è attraversato da un fiume da qualche anno in secca, dove pascolano maiali e mucche. Oltre il ponte scopro una macelleria islamica all’aperto dove sgozzano e cuociono carne.

Mi perdo nei vicoli, tra case colorate e donne belle nei loro saree, ingioiellate, con i loro lunghi capelli corvini e lucidi, intente a far le pulizie di casa. Mi sembrano sempre regine, con quel loro portamento allenato da una vita trascorsa a portare ceste sulla testa. Erette e con una grazia a noi sconosciuta.

Una mattina presto io e Rita ci incamminiamo fuori dal villaggio, tra campi, mucche al pascolo, capre e cani randagi. Una giovane donna sta finendo di pettinare la figlia in divisa scolastica. Il suo sorriso ci invita a fermarci, la curiosità è reciproca.

Si chiama Deva e ci nvita a entrare nella sua casa, fatta di quattro pareti di mattoni separate da un muro interno. Due stanze in tutto, dove vivono lei, il marito e i due figli adolescenti. Il suo sorriso mostra denti bianchissimi, i suoi occhi sono grandi e neri, lo sguardo è penetrante e cordiale, i capelli raccolti.

Improvvisiamo una panca fuori casa per chiacchierare e bere il chai. La voce del nostro arrivo intanto si sta spargendo. Ci raggiungono così una, due, tre, quattro amiche della nostra ospite e nessuna parla inglese, ma ci capiamo lo stesso. Penso che a volte l’uso della lingua sia sopravvalutato.

Io scatto qualche foto di gruppo, Deva si scioglie i capelli, Amrita invece si è da poco fatta rasare la testa per donare i suoi capelli al tempio. Dalle foto scattate sembriamo sei vecchie amiche felici nel trascorre del tempo insieme.

All’ashram di mattina si può fare shopping in un bazar di tre piani, dove è possibile acquistare a prezzi d’occasione ogni genere di mercanzia, dagli abiti, alle calzature, alle creme, alla frutta secca. Una cinquantina di donne di ogni età sono sedute sul muretto in fila, aspettando l’ora dell’apertura.

Senza chiedere, scatto qualche foto. So già che se mi riterranno invadente me lo diranno. Invece si divertono quanto me, io dietro, loro davanti l’obiettivo. Sono colpita dal constatare che ogni loro saree è diverso dagli altri e sono tutti belli e ricamati.

Posano gruppi di amiche, mamme, nonne, figlie e nipoti. Ma gli uomini dove sono? Scopro che a loro l’ingresso al bazar è consentito solo di pomeriggio quando è vietato alle donne.

Il negozio apre le porte ed entrano in fila mentre faccio un video della scena. Una dietro l’altra mi passano accanto, mi guardano, mi sorridono e l’ultima saluta con la mano in segno di vittoria.

L’ashram ha delle regole: alle 22 bisogna ritirarsi in camera ed è vietato passeggiare nei viali e nei giardini dopo quest’ora. I custodi sono severi e attentissimi.

Tra le regole inderogabili del posto ce ne è una pensata solo per le donne: fuori dalla propria stanza bisogna tassativamente indossare un ampio scialle, non sulle spalle ma al contrario: lo scialle deve coprire il seno.

Spesso lo dimentico e vengo ammonita e rispedita in stanza dal custode, seduto giorno e notte nell’atrio di ogni palazzina. (Continua)

Le foto sono state gentilmente concesse dalla Signora Giovanna Minelle, che ne conserva tutti i diritti. Pertanto ne è vietata ogni riproduzione o uso.

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