Giovanna Minelle, una fotografa e il suo viaggio in solitaria (13)

Giovanna Minelle lascia anche Calcutta, è ormai tempo di ritornare nella città indiana in cui più si sente a casa.

Varanasi
Sono impaziente di rivedere Varanasi, la città in cui mi sono sentita da subito accolta. Vi ritorno con l’animo di chi ritrova un luogo familiare.

Rieccomi dunque in quella stessa guest house, in quella strada dove mi aspettano la mucca guardiana, il branco di cani che litigano ogni notte e il venditore di cibo di strada, da cui mi fermo per uno spuntino più volte al giorno. 

Ritrovo Chatoù, il venditore di estratti di melograno. Voglio che questa sia la mia colazione, il primo cibo che il mio corpo riceve ogni giorno e lo aspetto sulla strada principale tutte le mattine.

Lui non ha orari e comunque non arriva mai prima delle 10.30. A quell’ora in verità il mio stomaco preferirebbe digerire un pasto abbondante, perché, avendo l’abitudine di svegliarmi molto presto, alle 11 per me sarebbe già ora di pranzo. 

Vivo dunque rassegnata a lunghe attese. Lo vedo arrivare in bicicletta, porta con sé l’estrattore, i contenitori di latta, i bicchieri di vetro e un coltello. Tutte le mattine – mi confida – va giù al fiume a rendere omaggio agli dei, poi fa scorta di acqua e allestisce il suo carrettino, che rimane incatenato tutte le notti a un portone.

Durante quelle lunghe attese la strada mi inghiotte come fosse una grande bocca spalancata: il traffico caotico, lo smog soffocante, la prepotenza dei clacson e l’insistenza dei driver, che mi chiedono dove voglia andare, sono un bell’impegno per non “sklerare”.

Il termometro segna 45 gradi. Vorrei rimanere lì ad assistere a quell’eterno incrociarsi di esistenze. Tutte mi attirano: donne, uomini, musicisti, mendicanti, bambini, polizia, perfino un cucciolo di cane che sta muovendo i primi passi. Nascere sulla main road (la strada principale) è la sfortuna delle sfortune, penso. Ma che karma ha quella povera bestiola?

Verso le 11, ogni giorno, riesco a bere un bicchiere di estratto di melograno, pago 50 rupie più una che Chatoù dona agli dei per me.

A marzo il calore che sale dalla strada, sommato alla massa di corpi umani e animali in transito e ai mezzi di trasporto, mi sta mettendo davvero alla prova.

Bevo la mia colazione e acconsento passivamente a posare per qualche selfie chiestomi da alcuni passanti, poi tento di scambiare due parole in hindi con Chatoù, visto che in inglese sa dire solo thank you.

Mi rifugio nei vicoli della città vecchia, dove la temperatura sembra essere piu mite di qualche grado, tranne quando soffia il vento, perché si ha la sensazione di essere travolti dal flusso di un gigantesco asciugacapelli.

Di cortei funebri ne incrocio ogni pochi minuti e non esito ad accodarmici, perché la recita del mantra “Ram nam satya hai” (Dio Ram conosce la verità) è puro piacere per l’udito e pace per la mente.

Amo inebriarmi del profumo di quell’incenso, sempre lo stesso, che accompagna i cortei fino al crematorio. Sì, per me i funerali sono la normalità in questa città come lo sono i colombi in piazza San Marco a Venezia.

Tra quei vicoli, in cui si trova il mio alloggio e di cui conosco ogni angolo ogni negozietto e ogni venditore, ricontatto la mia essenza. La colonna sonora di quel dedalo è fatta dai clacson delle motociclette, dal vociare dei passanti, dallo schiamazzare dei venditori, dalla musica nei bar e dal mantra dei cortei sacri. Eppure vi trovo rifugio se penso alla strada principale!

I giorni scorrono veloci e io mi abbandono alla abitudini. La sveglia suona molto presto, mai prima però dei cori che nel dormiveglia odo provenire da un tempio nelle vicinanze. Entrano nelle mia stanza e nella mia mente per darmi il più bel buongiorno che possa desiderare.

Alle 6.30 Varanasi è semideserta, fresca e silenziosa. Il popolo indiano dorme ancora.

Nelle viuzze incrocio mucche che rovistavano tra i rifiuti, cani randagi che elemosinano cibo e il solito ragazzo con il carrettino, in cui ripone la spazzatura raccolta con paletta e scopino. Le cacche delle mucche, invece, le raccoglie con due strane palette – difficile descriverne la forma – e le ripone altrove: non sono spazzatura, valgono denari, perché una volta essiccate diventeranno combustibile.

Cambio percorso ogni mattina, mi piace perdermi in quel labirito di vicoli. Sono sempre diretta al fiume e lo raggiungo senza alcun criterio.

Varanasi mi regala attimi indimenticabili. Mi coinvolge. A volte seguo una melodia di tamburi, forse “Hare Krishna”, altre un mantra che arriva dal tempio o il profumo dell’incenso o semplicemente mi lascio guidare da un piacevole disorientamento.

Varanasi è generosa con me.

I più mattinieri sorseggiano un chai acquistandolo dai venditori di strada, altri sono senza dubbio diretti al tempio, perché gli dei sono il primo dovere del mattino, altri sono ancora intenti a lavare con secchiate di acqua e sapone i pavimenti delle proprie botteghe.

Una voce maschile dal timbro alto e squillante, uscita dalla gola di un ometto magro e con tanti capelli neri, richiama la mia attenzione. Se ne sta seduto nella posizione del loto, con il busto perfettamente eretto e un grosso e vecchio libro poggiato davanti alle ginocchia.

Avvicinandomi al fiume posso già sentire il vociare dei bagnanti, immersi fino al collo e insaponati fino ai capelli, che si lavano energicamente.

Il Gange è un’isola di salvezza dagli oltre 45 gradi in città. Di giorno la vita lungo il fiume si ripete con gli stessi rituali, ma protagonisti sempre diversi.

Passeggio su e giù per le scalinate. A Manikarnika – la scalinata piu vicina al luogo in cui alloggio – le cremazioni si susseguono mentre in cielo la luna dà il cambio al sole. Sul fiume drappi arancioni, ricamati con fili color dell’oro, galleggiano per ricordare che lì l’anima lascia il corpo e inizia una nuova esperienza.

Varanasi è la meta di ogni induista. Morire a Varanasi, la città più sacra dell’India, equivale a lavare il karma e a sperare in una vita migliore di quella poc’anzi lasciata.

Un padre insegna ai figli a nuotare, mentre io immergo i piedi illudendomi di sentire un po’ di refrigerio.

Di Varanasi conosco solo la città vecchia e ogni giorno ho l’abitudine, nonostante il clima ostile, di fare lunghe, lunghissime paseggiatte sui ghat, nei vicoli e incrociando la strada principale.

La mia giornata procede con gli occhi e l’udito sempre allertati, perché non voglio perdere neppure un attimo di questa meravigliosa esperienza. Dimentico a volte perfino di pranzare, mai di bere però: il caldo è li a ricordarmelo.

Mi riposo all’ombra di uno dei tanti vecchi palazzi lungo il fiume e osservo, respiro, mi nutro di tutta quella bellezza davanti e intorno a me.

Nulla – non un cane, una mucca, un gruppo di donne o bambini – mi lascia indifferente. Tutto è smisurato, traboccante. 

Varanasi è un’addizione che mi procura stupore, curiosità, desiderio di capire.

Viaggio da sola, ma in nessun luogo come a Varanasi stare da soli è impossibile.

Indosso i miei abiti occidentali e, pur tenedo un profilo molto basso per non destare troppa attenzione, attraverso quelle scalinate sempre con qualcuno appresso: intoccabili in cerca di donazioni, titolari di guest house, venditori di corsi di yoga, di souvenir, di stoffe, di statuine in alabastro e di ogni genere di mercanzia.

Il sole promette di scendere e io rientro nella mia stanza dove mi rinfranco con la doccia fredda, che fredda non è mai a causa della temperatura esterna.

Esco dopo il tramonto per godermi la città sotto le stelle. Sui ghat la vita non accenna a quietarsi, il fuoco dei corpi che bruciano sulle pire illumina tutta la scalinata, dove le mucche pascolano ancora e le famiglie dei defunti celebrano il rito funebre.

Varanasi col buio è ancor più suggestiva. Godo dell’ebbrezza di un venticello quasi fresco, che spira dal fiume. Poco a poco sulla città cala il silenzio e anch’io mi incammino in direzione del mio alloggio, la mia confort zone.

Tengo le dita incrociate, perché se ci sarà un’improvvisa interruzione di corrente non saprò proprio dove mettere i piedi.
Tra una decina di giorni tornerò in italia e voglio darmi un’aria meno dimessa. Una cara amica mi consiglia allora un centro estetico, dove poter tagliare i capelli, pulire la pelle del viso, curare mani e piedi e fare una meritata immersione nei massaggi ayurvedici.

L’estetista mi fa accomodare nella saletta adibita ai trattamenti. Chiedo un taglio di capelli. Prende uno spruzzatore e me li bagna, poi brandendo un paio di forbici affilate pettina e taglia, proprio come facevo io con le bambole.

Sono felicemente ostaggio di Varanasi.

Non riesco a decidere il giorno della partenza per l’ultima meta del viaggio: Himalaya, nel villaggio in cui Sua Santita il Dalai Lama ha la residenza.

È aprile, prenoto una cuccetta in sleeper class sul treno per Pathankot. Sono pronta per un viaggio di trenta ore, durante il quale cambierò cinque mezzi di trasporto.

Lascio la stanza alle 17, trascino il trolley e schivo le cacche delle mucche arrivando sulla main road, dove prendo un autorickshaw, che mi porta a Varanasi Junction Railway, la stazione a me più familiare: qui ho trascorso pomeriggi interi a fotografare anime.  (Continua)

Le foto sono state gentilmente concesse dalla Signora Giovanna Minelle, che ne conserva tutti i diritti. Pertanto ne è vietata ogni riproduzione o uso.

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