Giovanna Minelle, una fotografa e il suo viaggio in solitaria (9)

Giovanna Minelle arriva a Vallikavu, pronta per fare per la prima volta nella sua vita l’esperienza dell’ashram.

Raccolgo questa sua testimonianza con molto rispetto e con la curiosità di chi vede tutto questo lontano da sé.

Vallikavu

La prima volta in un ashram. Cos’è? Che si fa? Arrivo a quello di cui avevo spesso sentito parlare dai viaggiatori di passaggio durante il mio tempo a Kollam.

Vallikavu è il nome del villaggio in cui si trova l’ashram Amritapuri, della guida spirituale Amma, che con il proprio esempio prova a cambiare il mondo.

Infatti Amma è promotrice di tanti progetti volti a migliorare la vita delle persone e l’ambiente, insegnando anche l’uso corretto delle risorse. La sua missione principe resta però quella di mettere nei cuori il seme dell’amore con il suo abbraccio, che porta durante i suoi tanti viaggi per il mondo, richiamando un numero enorme di persone.

Vallikavu non è nel mio itinerario, ma poco importa, voglio vivere quest’esperienza di cui so pochissimo. Ricevere il seme dell’amore dall’abbraccio di Amma è un’occasione per me irrinunciabile.

L’ashram è sostanzialmente un insieme di edifici: due palazzi di quindici piani e numerose case e casette. Un tempio, tre mense/ristoranti, negozi, bar e un salone senza pareti in cui prima di cena Amma intona canti devozionali.

L’ashram ospita una mescolanza di culture, di anime alla ricerca del divino che dimora in ciascuno di noi. Dedicarsi al prossimo attraverso il seva (il servizio disinteressato di pulizie, della preparazione dei pasti, ecc.) è lo strumento raccomandato per esprimere il proprio io interiore.

La giornata qui è ritmata dalle pratiche spirituali che iniziano prima dell’alba: la recita dei mantra, il seva, la meditazione, lo yoga, i canti sacri. Ma non la mia giornata: non amo i programmi, specialmente se sono organizzati da altri.

La mia compagna di stanza è una coetanea inglese, rispettosa invece della scaletta. Infatti non ci incrociamo quasi mai, tranne che per qualche ora di sonno.

La chiave della stanza è subordinata alla compilazione di un modulo d’ingresso, in cui sono richieste le generalità e le eventuali malattie mentali di cui si è affetti (!), il nominativo e il numero telefonico di un familiare da contattare in caso di bisogno o, più precisamente, morte.

Ho sentito dire che l’ashram può accogliere fino a tremila persone, quindi avranno pensato che con tante presenze sia meglio considerare ogni venienza. (Sic!)

La stanza è orrenda e sporca, non disfo neppure lo zaino, voglio andarmene subito. Che pena dopo tanta strada e tante speranze, però! Chiedo un’altra stanza e con tante scuse me la danno.

L’ashram è anche il luogo delle regole e dei divieti: nanna alle 23 e castità per tutti. Chi verrà però a controllare? Mah!

Vige inoltre un codice d’abbigliamento in cui incappo subito e così il mio pantalone a gamba lunga con t-shirt a spalla larga non mi esime dalla reprimenda di alcune donne indiane che qui vivono. Giro i tacchi e torno in camera a mettermi una maglietta a mezze maniche.

Sulla spiaggia mi imbatto in una coppia di ragazzi occidentali mentre salutano il nuovo giorno praticando lo yoga. Dopo il saluto al sole è la volta dello yoga acrobatico. Lui, un moderno figlio dei fiori, indossa un dhoti bianco e, mio malgrado, date le sue evoluzioni, noto che lo porta all’indiana: senza biancheria. Quindi gli omeri femminili sono impudichi e gli attributi maschili esibiti ai quattro venti no?!

Gli occidentali che vivono qui per periodi più o meno lunghi sono circa un migliaio. Pallidi, gironzolano vestiti di bianco con abiti tradizionali indiani o pseudo tali, per lo più scalzi. Sono allibita: il cortile e i giardini sono curati e ben tenuti, ma i corridoi dei palazzi e le scale sono i luoghi più sporchi che io abbia mai visto in India.

Io, al contrario, lascio sempre le infradito fuori dalla porta della mia stanza, mentre all’interno ne indosso delle altre. Non mi sognerei mai di contaminare con la suola, che va ovunque, il luogo in cui dormo, riposo e mi lavo!

Il posto è di una bellezza da togliere il fiato. Dalla mia finestra posso contemplare l’oceano. L’ashram si trova su una lingua di terra che divide il fiume da quest’ultimo.

Durante questo lungo viaggio attraverso l’India mi sono sempre sentita molto fortunata per tutte le esperienze che ho vissuto e questo luogo non fa eccezione.

Amma sta per arrivare. Passa la maggior parte del suo tempo in tour, in India e all’estero, ma nei prossimi giorni sarà qui e abbraccerà tutti noi e tutti le anime che arriveranno in pullman.

Nell’attesa, la mia curiosità è tutta rivolta al villaggio fuori dalle mura. La c’è l’India, seppur un’India soft a confronto dei luoghi in cui sono già stata.

Vallikavu è un villaggio di pescatori, dove il traffico è quasi assente e proprio quel traffico, rumoroso e disordinatissimo tipico indiano, incredibilmente comincia a mancarmi.

Faccio passeggiate di molti chilometri percorrendo la strada che costeggia l’oceano. Sotto le palme i pescatori riparano le reti, altri abitanti sono invece indaffarati a ristrutturare le proprie case, mentre di sera in tutte si accendono candele e incensi per ringraziare gli dei.

L’ashram detta regole anche fuori dalle proprie mura: vietato relazionarsi con gli abitanti. Lo scopo è quello di non “contaminare” le loro anime con i nostri stili occidentali. A me non importa, sono venuta in India per conoscerla attraverso l’incontro con la gente dei posti che visito e poi la curiosità e l’interesse sono reciproci. Come si possa sperare di reprimere il desiderio di incrontrare la diversità io davvero non lo so.

Esco dal portone, attraverso la strada e i miei piedi sono sulla sabbia. All’ombra delle palme mi siedo a contemplare l’oceano, sempre impetuoso, rumoroso e agitato, posso sentirne il profumo, sono incantata dalla starodinarietà della natura di cui mi sento parte.

Lungo la strada, che divide l’oceano dal fiume, la colonna sonora delle mie passeggiate è data dal canto degli uccelli, dal rumore delle onde e dalla musica diffusa da un tempio, attraverso gli altoparlanti installati lungo il percorso.

Nessun clacson, niente traffico: questa è un’altra India.

Il sole è a picco e in quel momento penso che potrei morire lì, all’istante, senza rimpianti.

Famiglie di pescatori mi invitano a bere il tè nelle proprie case, spaziose, colorate e ben tenute. Qualcuno mi invita anche a pranzo ma, memore della regola, invento scuse e gentilmente declino l’invito.

Sono felice e rapita da questo piccolo mondo fatto di natura e di relazioni. Chiedo di visitare le casette in vendita, quelle sulla spiaggia, a rischio di un possibile tsunami. Ma non ci penso, penso invece che io qui potrei vivere.

Mi immagino uscire dal portico e accoccolarmi nel calore della sabbia, svegliarmi ogni mattina sapendo che mi aspettano il sole e l’oceano, addormentarmi al solo suono della natura che mi avvolge.

Sarebbe un bel vivere. Diverso dallo stile a cui mi sento costretta nella piatta pianura padana.

Un cartellone scritto in più lingue, italiano compreso, vieta il bagno a causa della violenta risacca, che non perdona. All’ashram acquisto un costume da bagno consono al luogo, perché non voglio sentirmi scrutata da decine di sguardi maschili nonostante il mio castigatissio costume intero.

A Varkala il bikini passa inosservato, a Vypeen – isola turistica vicina a Fort Kochi – il costume intero è invece un osare troppo. Qui il mio nuovo costume da bagno è un vestito pantalone di alcune taglie piu grandi della mia, lungo fino alla caviglia con le spalline molto larghe.

Mi immergo solo fino alla coscia, perché andare oltre sarebbe davvero troppo pericoloso. La risacca è tanto potente da farmi perdere l’equilibrio. Il mio bagno nell’oceano non dura più di un quarto d’ora.

Sono sempre meno interessata alla vita interna all’ashram. Fin da bambina sono sempre stata un’anima solitaria per scelta. Ho sempre barattato la solitudine per una libertà totale di movimento, sempre piena e mai rimpianta.

Il mercato del villaggio somiglia a una quadro a tinte forti. Pesce, ortaggi, frutta, venditori: il colore è ovunque. E i profumi. Esplorare è la mia passione. Al mercato vado quasi ogni mattina. C’è sempre qualcosa di straordinario da vedere e da fotografare.

I giorni passano e io mi affeziono alle mie abitudini, ai luoghi, alle persone che incontro quotidianamente. Mi piace farlo. Buona parte del mio tempo lo trascorro alla tavola calda HOT SPOT K&S. Krishna e Surjida, marito e moglie, ne sono i  proprietari. Da loro ho ritrovato il gusto del cibo e lo spazio per cucinare piatti finalmente italiani.

Ci vengo tutti i giorni, ma il tempo passato insieme va oltre, perché vado a casa loro a bere il tè e ho la fortuna di conoscere le rispettive famiglie di origine che vivono ad Allepey, una cinquantina di chilometri a sud.

È arrivato il giorno degli abbracci, quello tanto atteso, in cui riceverò l’abbraccio di Amma. Un’attesa lunga un’intera giornata. Lei inizia la mattina presto, senza una pausa. Sono arrivate decine di pullman. Il sole sta ormai per tramontare e io sto per ricevere il suo abbraccio.

Tutto è perfettamente coordinato e pilotato dal suo team di fiducia. Formulo nella mia mente quattro desideri, dedicati a quattro persone diverse. Vorrei che l’abbraccio di Amma in qualche modo li raggiungesse.

Mi accompagnano sul palco, lei è seduta, io in ginocchio. Il suo abbraccio è materno, avvolgente, rassicurante, potente, vigoroso. È amorevole. I suoi capelli profumano di fiori.

Mi sussurra un mantra porgendomi in dono prasad¹, caramelle e bustine di polveri colorate, che si usano per disegnare il terzo occhio.

Il suo abbraccio rimarrà dentro di me per tutta la vita.

Sono qui da venti giorni e non vorrei più andarmene, ma il mio viaggio deve proseguire per Coimbatore, la città del Tamil Nadu situata nella zona delle aziende tessili.

Parto una mattina presto con una corriera, lasciando qui il cuore.

¹ Si tratta di offerte votive in cibo, che dalla divinità tornano benedette ai fedeli.

(Continua)

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