I 90 anni di Lina Wertmüller e Luciano De Crescenzo

I 90 anni di Lina Wertmüller e Luciano De Crescenzo90 anni, un bel traguardo!

Lina Wertmüler e Luciano De Crescenzo l’hanno raggiunto in questi giorni, quali esattamente è un po’ difficile da dire, perché date univoche non ce ne sono, probabilmente il 18 l’una e il 20 l’altro, ma potrei sbagliarmi, anche perché non v’è traccia di date nelle loro autobiografie, imprescindibili se li si vuol conoscere oltre le loro opere.

Ho sempre sostenuto che non si vive a lungo, patrimonio genetico a parte, senza una buona dose di gioia di vivere e di attaccamento profondo alla vita. Beh, loro non sono un’eccezione alla regola.

Mentirei, e non mi è mai riuscito bene, perché anche per mentire bisogna avere il giusto talento, se dicessi che la Wertmüller è fra i miei registi del cuore, però è sacrosanta verità che alcuni  suoi lavori li adoro. Primo su tutti Gian Burrasca.

Non ho l’età per averne visto la prima messa in onda, ma ho sufficienti anni per dire di aver visto una replica quando ancora la tivù era in bianco e nero e i programmi, dopo una lunga interruzione, riprendevano al pomeriggio con la televisione dei ragazzi.

Da adulta ho acquistato l’intera serie in VHS prima e in DVD poi, perché è un assoluto capolavoro e credo francamente che mamma RAI non abbia mai prodotto né prima né dopo un programma per ragazzi di un simile livello artistico. Ovviamente nemmeno quella commerciale!

Il mio incontro da spettatrice con la più famosa regista italiana – l’unica ad avere avuto un suo film in corsa agli Oscar, quel Pasqualino Settebellezze per il quale vinse il Golden Globe – è avvenuto dunque da bambina.

Donna carismatica, intelligente, di talento, colta e anticonformista… anche nell’anticonformismo imperante (e questo me la fa apprezzare ancora di più!), la Lina nazionale, inconfondibile con i suoi occhialini bianchi, ha portato il nostro cinema in America, quando la grande stagione della commedia all’italiana era ormai chiusa e le nostre azioni erano in ribasso.

Famosissima all’estero non sono sicura che sia stata perfettamente compresa in Italia, ma – si sa – nemo profeta in patria. Credo che il suo spaziare tanto fra vari generi abbia disorientato pubblico e critica influenzandone una valutazione obiettiva.

È passata infatti dal cinema d’autore con I basilischi (di cui ho profondamente odiato il doppiaggio – e meno male che lo ha rifatto quattro volte! – film che ho trovato lentissimo, anche se ne ho compresa la ragione) ai musicarelli (gli unici davvero ben fatti fra tutti quelli dell’età d’oro del filone) – Rita la zanzara e Non stuzzicate la zanzara – con un inedito, per il grande pubblico di oggi, Giancarlo Giannini, fino ai film del successo mondiale come Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto.

Ecco, i suoi titoli interminabili sono di certo una sua cifra.

Dunque dicevo, una filmografia che ha spaziato fino a toccare un tema difficilissimo e piuttosto inedito allora, perché ancora tabù nel 1989: l’AIDS con Una notte di chiaro di luna, film assolutamente da rivalutare e che fu accolto malissimo a Venezia.

Fino ai film più recenti come Metalmeccanico e parrucchiera in un turbine di sesso e politica, dove si affaccia con il suo tipico sguardo grottesco sui nuovi scenari della politica italiana, o Ninfa plebea, che diede lustro alla carriera di un giovane Raoul Bova, ancora solo bello, o come l’incantevole Io speriamo che me la cavo, con un Villaggio non più eterno Fantozzi.

Ha spaziato fino a cimentarsi col teatro del grande Eduardo in Sabato, Domenica e Lunedì, offrendo al suo coetaneo Luciano De Crescenzo il ruolo di Luigi Janniello, che gli valse un Nastro d’argento come Miglior attore non protagonista.

Dunque i nostri festeggiati hanno anche lavorato insieme, oltre ad aver condiviso – la prima a Roma e il secondo a Napoli – 90 anni di storia patria, fatta di illusioni di impero, guerra, ricostruzione, boom economico, anni di piombo, Milano da bere, mani pulite, seconda repubblica e terza.

Il tutto attraversato con una vita ricca di talento. Ognuno a proprio modo.

La biografia di De Crescenzo è degna del suo miglior copione e nello stesso tempo è il la per conoscere i suoi personaggi e leggere i suoi libri: in nuce, in quelle 234 pagine, c’è tutto il suo mondo di autore.

Napoli sta a De Crescenzo come il Tevere a Roma, niente si può capire di quest’uomo unico, se non si conosce l’antica Partenope, la città di Totò e di Eduardo, la Napoli di Masaniello, il Presepe del ‘700, il Pazzariello, i quartieri storici, i bassi, il babà, il caffè sospeso, il gioco del Lotto, la veduta del golfo, l’eleganza napoletana, l’eterna inventiva del popolino, i musei, il fare “la guerra con la vita” e tutto ciò che ancora è stata ed è oggi Napoli: una città che può piacere o meno a seconda di come la si affronta o di chi è il nostro anfitrione.

Io ho avuto la fortuna di incontrare tanti anni fa De Crescenzo alla Mostra di Venezia, quando, con la direzione di Gillo Pontecorvo, il cinema incontrava e interagiva con la stampa senza troppi uffici e carte di mezzo, in quelle che erano ancora giornate di cinema e meno vetrina con tanta fuffa.

Avvicinai questo vero signore napoletano dagli occhi azzurri e vivacissimi e chiesi un’intervista, che mi concesse amabilmente mettendomi subito a mio agio, chiedendomi: «A chi appartieni?», intendendo il giornale che mi aveva inviato. Per me meridionale fu sentirmi a casa.

Di De Crescenzo adoro Così parlò Bellavista, un film culto, con una sceneggiatura brillantissima e con un cast per lo più preso dalla compagnia di Eduardo e quindi eccelso.

Chi non l’ha visto, colmi presto la lacuna, perché senza quel film non si può dire di conoscere davvero De Crescenzo, non solo il regista, ma nemmeno l’autore degli innumerevoli libri.

Se fossi in voi comincerei proprio dalla sua biografia prima di comprare gli altri, io l’ho letta in un giorno, perché scorre come una chiacchierata con lui e come questa finisce troppo presto.

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