Il River to River a Milano con il suo best of

Ormai è diventato un appuntamento per il River to River – il festival del cinema indiano di Firenze – approdare a Milano nello Spazio Oberdan con il best of dell’ultima edizione.

Questa sera la tre giorni milanese aprirà con la proiezione di Sir, lungometraggio di Rohena Gera, giovane regista molto applaudita alla scorsa edizione del festival di Cannes.

Il film ha per protagonista una bravissima attrice, che chi ha visto Monsoon Wedding (2001) di Mira Nair riconoscerà, Tillotama Shome.

Sir è molto ben girato e interpretato. Film asciutto, ha una narrazione soprattutto visiva e i ritmi dell’esistenza stessa della protagonista.

Racconta di un’India moderna che prova ad andare oltre le caste, formalmente abolite con la costituzione del 1949 e mai davvero superate, che però fa ancora i conti con le differenze di classe sociale.

È ambientato a Mumbai, dove oggi una generazione di giovani professionisti è sempre più proiettata verso una visione occidentale della coppia, in cui l’amore e la felicità hanno un posto centrale a differenza della visione tradizionale indiana, in cui la famiglia in senso ampio ne è il vero baricentro.

Infatti comunemente si dice che in India non sposi un uomo, ma la sua intera famiglia e di un complesso accordo fra famiglie si tratta nei classici matrimoni combinati.

Ma Sir ci racconta soprattutto dell’emancipazione, dell’affrancamento dalla propria condizione sociale di vedova, della determinazione e della grande dignità di questa donna semplice, minuta e d’acciaio, come spesso sono le donne reali, che silenziosamente giorno dopo giorno stanno cambiando la condizione femminile in questo Paese.

Domani invece sarà la volta di Everything is Upstream di Martin Ponferrada, che ha vinto nella sezione cortometraggi con quest’opera d’animazione, in cui narra i sogni di tre monaci buddisti.

A seguire il bellissimo documentario premiato dal pubblico fiorentino, Grandir au Ladakh di Christiane Mordelet e Stanzin Dorjai. Un mediometraggio poetico nella sua essenzialità, che ci racconta la grazia che comunque alberga nella dura realtà di due bambine, che vivono a 4.300 metri sull’altipiano dell’Himalaya e che appartengono alla comunità buddista, che lì vive numerosa e solidale.

Chiude la serata il bellissimo film vincitore dell’ultima edizione del River to River Florence Indian Film Festival, applauditissimo dal pubblico, Mulk di Anubhav Sinha.

Proiettato due sere prima dell’attentato di Strasburgo dell’11 dicembre, è stato premiato nella serata conclusiva del 12 fra l’entusiasmo e la commozione generale quasi a dare una risposta all’accaduto.

È un film che ognuno dovrebbe vedere in tempi come questi, perché offre uno sguardo sull’altro dolore, sulle altre vittime di questi folli: le loro famiglie.

Mulk infatti racconta proprio la deflagrazione emotiva e sociale, nella famiglia di un terrorista, di quella bomba che questi fa materialmente esplodere contro civili hindu. Una deflagrazione che fa dunque nella sua stessa famiglia vittime, anche se in un modo diverso, ma pur sempre vittime.

Non intendo anticiparvi nulla, perché il crescendo e lo svolgimento degli eventi meritano di essere scoperti volta per volta dallo spettatore.

Fra gli attori il grande Rishi Kapoor e la brava Taapsee Pannu. In un ruolo chiave invece il bravissimo Rajat Kapoor, anch’egli volto non del tutto sconosciuto al pubblico italiano.

Voglio sottolineare per una maggiore comprensione del film che, mentre per noi occidentali un musulmano è sempre un immigrato o un figlio di immigrati, avendo noi radici cristiane, in India questo non avviene, perché l’islam è presente dai tempi del primo regno Moghul (1526).

Nonostante la dolorosa e violenta Partizione, molti musulmani restarono fedeli al proprio Paese scegliendo di rimanere nelle proprie città e di vivere pacificamente gomito a gomito con gli altri connazionali, che per quasi l’80% oggi sono di fede induista. Quindi qui la prospettiva è quella pienamente fratricida.

Domenica la piccola rassegna milanese chiuderà con Karwaan (The Journey) di Akarsh Khurana. Deliziosa commedia on the road ben scritta e anche in questo caso magistralmente interpretata. Irrfan Khan è sempre il bravissimo Irrfan Khan, il volto a noi forse più conosciuto fra gli attori che vedrete in questi giorni.

Una commedia sì, ma non leggera, perché si concede qualche affondo nella bella sceneggiatura.

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