La vita ricomincia

La vita ricomincia di Mario Mattóli è un film che non ti aspetti, di cui nemmeno sapevi, perché è un film dimenticato.

Il 1945, l’anno della sua uscita, è l’anno ufficiale della nascita del Neorealismo con Roma città aperta.

Il film di Rossellini col tempo esploderà travolgendo il film di Mattóli, ma la storia del cinema è bene che lo recuperi per più di una ragione.

Questa pellicola, subito apprezzata oltre confine tanto da avere una vasta distribuzione, fu presentata al Festival di Locarno, dove fu acquistata dalla Metro-Goldwyn-Mayer, che la distribuì poi negli Stati Uniti nel 1947.

Sarà proprio La vita ricomincia ad aprire le porte di Hollywood ad Alida Valli, protagonista del film con Fosco Giachetti.

I due attori avevano già lavorato insieme in Luce nelle tenebre, Noi vivi e Addio, Kira!.

A questo proposito va subito segnalato che due fra i più noti divi del regime fascista sono gli attori principali di questo film.

La Valli aveva iniziato la propria carriera interpretando alcuni grandi successi del Cinema dei telefoni bianchi, un genere che più che di propaganda fu semmai di evasione, anche se il regime resta costantemente in filigrana. Si tratta di un cinema sottovalutato e più spesso bollato, che è invece capace di raccontarci – attraverso il non detto e ambientazioni spesso improbabili – molto dell’Italia di allora dal sonoro (1930) alla guerra e spesso con film deliziosi.

Giachetti fu invece l’interprete di alcune pellicole propriamente fasciste, intessute di retorica e propaganda. Fu uno dei volti più legati al cinema del Ventennio, ragion per cui, nonostante la grande bravura, il cinema italiano successivo preferì ignorarlo insieme al ricordo di quegli anni.

Preciso che sto parlando di cinema e non di politica: il fatto di essere stati divi in quegli anni non deve indurre a confondere gli attori con i personaggi.

Per fortuna che la giovane televisione italiana ebbe da subito bisogno di bravi interpreti teatrali per la presa diretta e così Giachetti potè avere una seconda carriera, grazie ai tanti sceneggiati.

Permettetemi un piccolo excursus per una nota curiosa: non tutti sanno che è sotto il regime che si condussero gli studi e le prime sperimentazioni per la messa in onda televisiva, poi ci fu la guerra e tutto si fermò. Il film che consacrò Alida Valli fu Mille lire al mese di Max Neufeld nel 1938, ispirato da una celeberrima canzone, ebbene il ruolo per il coprotagonista è proprio quello di un ingegnere assunto alla televisione, in quel caso ungherese, ma qui si aprirebbe il capitolo “ricorso alla trasposizione geografica” e il discorso si farebbe lungo.

Tornando a noi, La vita ricomincia non rientra propriamente nel Neorealismo, ma non ne è così distante come si potrebbe pensare, anzi esemplifica perfettamente come fu che il nostro cinema diede vita a questa pagina magnifica della nostra storia cinematografica.

A monte della motivazione profonda, che spinse De Sica, Rossellini e prima ancora Visconti a dar vita al Neorealismo – ovvero il bisogno di raccontare la realtà vera dei luoghi e della gente dopo anni di edulcorazioni e mistificazioni – c’era la necessità di portare in esterni le macchine da presa e le attrezzature salvate dal saccheggio tedesco, perché Cinecittà era occupata dagli sfollati e gli studi erano inutilizzabili.

Il film di Mattóli esce infatti per le strade, anche se ha molte riprese in interni girate negli studi della SAFA Palatino, oggi sede degli studi Mediaset.

E qui arriviamo ad un altro aspetto che rende questo film prezioso: Mattóli riprende Napoli bombardata e soprattutto la devastazione di Cassino.

È così recente la guerra che non ricordo un’immagine tanto impressionate delle rovine dell’Italia di allora. Nessuna ricostruzione oggi saprebbe ricreare la desolazione di quelle case sventrate, di quei muri abbattuti, dei cumuli di pietre e mattoni che la macchina da presa registra nel narrare la storia.

Nel film tutto è come allora appariva: si vedono le strade sterrate, i posti di blocco americani, la fame che è in parte passata anche sugli attori, che in questo film sono tutti più magri e non esattamente per l’età. Solo la bellissima Alida Valli conserva una delicata morbidezza di forme per la recente sua prima maternità.

Questo film non ha note patetiche, né forzature, ma una modernità di lettura per quei tempi di certa condizione femminile, un’umanità profonda, che giustamente il regista affida al personaggio di Eduardo De Filippo.

Chi meglio dell’autore di Napoli Milionaria – dello stesso anno – potrà far capire la posizione della protagonista a quell’Italietta con ancora la roboante retorica sulla donna fascista nelle orecchie e che presto sarà prigioniera di quel perbenismo e quell’ipocrisia che Pietro Germi racconterà magnificamente in Divorzio all’Italiana nel 1962?

Il talento di tutti i personaggi, caratteristi inclusi del calibro di Carlo Romano (il socio), Aldo Silvani (il giudice istruttore) e Nando Bruno (il camionista), è la chiave dell’alto livello artistico di questo bel film, così magistralmente diretto da un regista che sarà poi famoso soprattutto per le commedie, fra tutte la magnifica trilogia scarpettiana con Totò. Da segnalare un giovanissimo Galeazzo Benti (un cliente del ristorante che vuol ballare), qui poco più di una comparsa.

Vi lascio il link

Buona visione!

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