Le Giornate del Cinema Muto di Pordenone. Una rassegna unica

Le Giornate del Cinema Muto di Pordenone sono un appuntamento internazionale di altissimo valore culturale.

Se per ragioni anagrafiche è impossibile incontrarne i protagonisti – ovvero gli attori e i registi – è però normale imbattersi in molti fra i più importanti storici, studiosi, restauratori, ricercatori e docenti universitari, che da ogni angolo del mondo giungono da trentasette anni nel capoluogo friulano per portare alla luce ciò che resta di questo patrimonio filmico, per lo più andato irrimediabilmente perduto.

La mia prima volta a questa rassegna risale a molti anni fa e confesso che allora ero piuttosto perplessa, perché la mia esperienza di cinema muto non andava oltre alcune pellicole del grande Chaplin e qualche “comica“.

Mi chiedevo se sarei mai riuscita a seguire un simile appuntamento o sarei sprofodata in una delle poltrone del teatro Verdi, che ospita le Giornate insieme al CinemaZero.

Ovviamente così non fu e me ne innamorai. Il primo vero lungometraggio che vidi fu una pellicola di Frank Borzage, bravo regista oggi sconosciuto ai più.

Quella che invece mi impressionò allora fu Cenere: l’unico film interpretato dalla grande Eleonora Duse, che voi potrete vedere qui.

Incontrarla sul grande schermo fu una grandissima emozione.

La rassegna pordenonese è stata famosa all’estero forse prima ancora di esserlo in Italia. Punto di riferimento mondiale, è nata per passione, ma vive di grandi collaborazioni internazionali e patrocini di prestigio.

Non si creda però che le Giornate del Cinema Muto siano per pochi specialisti, perché le lunghe fila prima al botteghino e poi all’entrata ne fanno un appuntamento amatissimo dal pubblico.

Con gli anni questa rassegna si è aperta alla scolaresche con appuntamenti pensati per loro, ma aperti agli accreditati.

Da sempre credo che il cinema dovrebbe entrare stabilmente nelle scuole, perché è un’arte non meno importante della musica, del disegno, della pittura o della scultura. Al contrario è spesso una summa di più arti e spunto di approfondimenti per altre discipline, la storia in primis.

E così mi sono ritrovata con diverse classi di giovanissimi ad assistere alle proiezioni di Georges Méliès, studenti per nulla annoiati, anzi piuttosto incuriositi dal genio di questo artista e attenti al relatore, che ha tenuto un’interessante lezione su colui che per alcuni versi è considerato il padre del cinema, inteso come arte di intrattenimento.

La presentazione poi di numerosi libri e studi scandisce il programma fittissimo del festival, che dal mattino a tarda sera attraversa le varie sezioni della rassegna.

Una menzione a parte va all’intrattenimento musicale, che accompagna sempre le singole proiezioni e i grandi eventi di apertura e chiusura, con ottimi musicisti quando non addirittura con orchestre.

Niente è trascurato, niente è approssimato in queste Giornate in cui, mentre si apprende, ci si confronta, si approfondisce, ci si intrattiene, cercando – in un’invisibile macchina del tempo – di ritrovarsi spettatori incantati in quegli anni che vanno dall’epoca che la grande Francesca Bertini definì “della bellezza e della distanza”, ovvero la Belle Époque, fino alle soglie del sonoro, in cui tutto cambiò.

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