Trent’anni senza Aldo Fabrizi

Trent'anni senza Aldo Fabrizi | Aida Mele Magazine
Crediti: Jorge Friedman, Buenos Aires

Il 2 aprile del 1990 ci lasciava Aldo Fabrizi, al suo funerale gli si strinse attorno la sua Roma, ma pochissimi del mondo dello spettacolo. Se n’è andato accompagnato da chi non gli aveva mai girato le spalle: il suo pubblico.

Non desidero fare polemiche e quindi sorvolerò su come si sia oggi arrivati al punto di perdere il ricordo di uno dei più grandi artisti che abbiamo avuto o, peggio, di distorcerne la storia personale e professionale.

Oggi voglio solo rendere omaggio a un dei più grandi protagonisti del nostro cinema, a cui il Festival di Lecce quest’anno dedicherà un omaggio e una retrospettiva. Quando? Quando il Covid-19 lo permetterà, quindi una data ufficiale ancora non c’è.

Aldo Fabrizi oggi è ricordato – luoghi comuni sulla sua affezione al cibo a parte! – soprattutto per il ruolo di don Pietro in Roma città aperta di Roberto Rossellini.

Ecco, proprio questo film mi offre l’occasione per esemplificare ciò che è stato il progressivo eclissarsi della grandissima fama di Aldo Fabrizi. Attenzione però, ho detto fama ovvero notorietà, non stima professionale né reputazione artistica, perché quanto fosse grande nessuno ha mai potuto metterlo in dubbio, nemmeno negli anni in cui il cinema lo aveva trascurato sulla spinta di certi preconcetti, che non meritano nemmeno menzione data la pochezza dei loro promotori.

Fabrizi era pur sempre il grande Fabrizi, a dispetto degli anni e delle malelingue, tant’è che a settant’anni vinse il Nastro d’Argento come miglior attore non protagonista nel 1975 per C’eravamo tanto amati di Scola.

Per tornare al film di Rossellini dobbiamo guardare al cartellone del lancio. Come si può ben vedere si legge Aldo fabrizi “con” Anna Magnani e c’è un perché lungo parecchi film.

Roma città aperta è del 1945 e rappresentava il diciottesimo film della Magnani e solo il quinto di Fabrizi con una differenza però: mentre Nannarella era ormai una primadonna nel teatro di rivista, nel cinema non aveva ancora trovato una propria dimensione, che ne mettesse davvero in luce tutto il potenziale.

Aveva fatto una lunga gavetta di undici anni, partendo da comparsate e passando per particine, per lo più parafrasando se stessa quindi impersonando sciantose, attrici e canzonettiste, per poi approdare a ruoli minori e infine a recentissimi ruoli da coprotagonista in un paio di commediole canterine o leggere.

Nel frattempo era stata anche doppiata per ben due volte da Tina Lattanzi, probabilmente perché molto impegnata in teatro.

C’era voluto Campo de’ fiori di Maio Bonnard nel 1943 – il primo dei tre affianco di Aldo Fabrizi – per trovare il primo vero ruolo che facesse davvero intuire che magnifica attrice sarebbe poi stata.

Fabrizi, al contrario, era già un attore cinematografico affermato e nel cinema era entrato dalla porta principale: protagonista per Mario Bonnard in un film delizioso, Avanti c’è posto del 1942.

Quando Rossellini lo chiamò era già un personaggio famoso dai grandi compensi, (che però per questo film prese solo sulla carta), con una lunga carriera iniziata nel 1931 nell’avanspettacolo e proseguita poi nel varietà, dunque con alle spalle una solida scuola sul campo.

Logico quindi che il primo nome fosse il suo, così come si sarebbe fatto per un cartellone teatrale. La Magnani non avrebbe potuto obbiettare e infatti non obbiettò.

Il punto è che proprio il ruolo di Pina diede a Nannarella la chiave di volta per la sua carriera, fu ciò che fece capire a tutti il suo talento cinematografico.

Troppo autentica e moderna per essere adatta ai ruoli di un cinema da telefoni bianchi, si è dovuto dunque attendere che il cinema italiano cambiasse, perché avesse la sua occasione.

Non così Fabrizi, che fin dal proprio debutto espresse se stesso, creando il proprio spazio in un cinema che anche a lui sarebbe stato stretto se fosse stato solo un semplice interprete senza voce in capitolo.

Il punto fondamentale sta proprio qui, nel Fabrizi autore. Aldo Fabrizi già al suo primo film firma soggetto e sceneggiatura e si presenta subito per quello che sarà per gran parte della propria carriera attoriale: un autore appunto.

Un grande autore, magnifico tratteggiatore delle sfumature dell’animo, dei sentimenti, lui che in vita fu tacciato di essere un uomo respingente, addirittura anaffettivo, contraddisse o almeno corresse con la propria penna ogni cosa, anche se sono aggettivi che qualcuno si ostina ad affibbiargli ancora oggi.

Il fatto è che nessuno può scrivere né rappresentare tanto bene ciò che gli è alieno o anche solo sconosciuto. Ci sono dei suoi personaggi che hanno una tale umanità per cui è impossibile anche solo pensare che nascano dalla sola mente senza essere passati mai da un personale sentire.

In quanto al carattere, beh i caratteri forti non sono mai semplici – la stessa Magnani ne era un perfetto esempio – tanto più se non amano compromessi e hanno il vizio di essere diretti e rifuggono le corti. In questo Fabrizi, Magnani e de Curtis erano specchi che rimandavano la stessa immagine da punti di vista differenti. E non erano i soli, vogliamo parlare del grande Eduardo?!

Tornado nuovamente al film di Rossellini, snobbato in patria, perché chi è disperato nei momenti di svago non vuole rivivere le ragioni della propria disperazione, all’estero divenne un fenomeno cinematografico straordinario, catapultando la Magnani direttamente in America e non solo.

La famosa scena di lei dietro il camion divenne lo stesso simbolo del film.

Nessuno aveva visto nulla di simile prima: le attrici in ogni angolo del mondo erano quelle artiste che anche per interpretare una scena tragica correvano a incipriarsi il naso, a bistrarsi gli occhi e a mettersi le ciglia finte, Nannarella no.

Già in Campo de’ fiori si era prestata a un simile paradosso mentre il personaggio vestiva i panni poveri e sciatti di una fruttivendola del mercato, in Roma città aperta divenne invece anche visivamente il suo stesso personaggio.

Ovvio che, dietro l’eco di un simile successo internazionale, i cartelloni non sarebbero più potuti essere gli stessi.

Infatti per la nuova distribuzione del film nel 1949, da parte non più della Minerva ma della Parvo,  sparì il “con” e i due nomi furono appaiati anteponendo però quello della Magnani e sovrastando l’immagine di lei su quella di Fabrizi a sottolinearne l’importanza e “lo scavalco” ormai avvenuto.

Successivamente, negli anni Settanta, per il cartellone si optò solo per un primo piano fotografico dell’attrice, per la verità coevo e quindi poco adatto a parer mio. Il “con” ricomparve, ma questa volta davanti al nome di Fabrizi. Fu la riprova che ormai Roma città aperta ERA la Magnani.

Quello che la Magnani conquistò nell’arco della propria carriera fu meritatissimo: un’attrice che a definirla grande ci si limita, ma ciò che spettò a Fabrizi in alcun modo fu commisurato al suo talento.

Sia la Magnani che Fabrizi che Totò furono amatissimi del loro pubblico, ma mentre la prima potè godere in vita del giusto riconoscimento e spazio e Totò si è potuto rifare dopo la sua scomparsa di tutto l’immenso credito accumulato nei confronti di critici miopi e colleghi supponenti, Aldo Fabrizi no, deve ancora riscuotere il dovuto.

Non ci si può certo aspettare che ogni artista goda del giusto riconoscimento in vita come in morte, ma è dovere di chi si occupa di storia del cinema di fare luce dove non si è fatta, di fare memoria dove non si è fatta e, soprattutto, di non lasciare che gli anni si portino via i nomi fondamentali che hanno scritto questa storia.

E non mi riferisco solo ai più ricorrenti. Come ho già sottolineato, sono tanti gli artisti di cui oggi non ci si ricorda più o raramente o solo fra gli studiosi e ciò non deve accadere, perché a togliere quei nomi si perdono pagine intere della stessa storia del cinema e dello spettacolo.

Che poi accada che oggi in numero sempre crescente non sappiano più chi fosse e cosa abbia fatto l’attore che impersonò il sacerdote nel film che ha segnato convenzionalmente un prima e un dopo nella nostra cinematografia, è impensabile.

Quindi, cari lettori, sappiate che questa non è che un’introduzione alla figura di un artista che, come avrete ben capito, amo moltissimo, perché – come per la Magnani e Totò, ma non solo – sono andata oltre e, studiandolo, ho scoperto la persona.

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2 thoughts on “Trent’anni senza Aldo Fabrizi

  1. Forse Fabrizi finì nel dimenticatoio perché la maggior parte dei film che lo avevano reso famoso non avevano grande spessore e, a parte la prima TV in bianco e nero, non furono più riproposti. La Magnani invece nel dopoguerra fece molti film importanti, che vennero riproposti in TV più volte anzi, fece anche 3 film per la TV quando era già anziana. Io però non sono un’esperta e puo’ darsi che abbia detto delle sciocchezze

    1. Buongiorno Albertina, no non hai detto sciocchezze, ma le cose sono più complesse di così. In verità film di spessore, come tu dici, Aldo Fabrizi ne ha fatti diversi, ma nel suo caso hanno giocato altri fattori. Comunque non c’è situazione che non si possa ribaltare quando ci sono le ragioni per farlo, quindi continuo nel mio lavoro di ricerca e di divulgazione. Per non perderti nulla e se non l’hai ancora fatto, iscriviti al mio blog così potrai seguire tutti gli aggiornamenti. Grazie per aver commentato.

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