Pupella Maggio. Poca luce in tanto spazio

Pupella MaggioNella sua autobiografia Poca luce in tanto spazio Pupella Maggio scrive: «Fin da ragazza avevo sempre saputo che la mia data di nascita era un gioco di numeri, 10/10/1910, poi un bel giorno m’è venuta la “bella” idea di sposarmi e, chiedendo le carte, rovistando i documenti dell’epoca, uscì fuori a sorpresa il 24 aprile».

Come fu come non fu – allora era tutto meno certo in materia anagrafica – fatto sta che la grande Pupella ufficialmente oggi avrebbe compiuto gli anni.

Odi et amo

Una vita segnata dal teatro, che disse peraltro di odiare, ma che ammise essere stato l’unico legame stabile della sua vita. L’amante che non l’aveva mai tradita.

Insomma un rapporto di amore-odio che però le diede anche una storia e un’identità.

Il teatro è una bestia senza testa e senza coda, non sai mai come prenderlo (…) nella mia mente il teatro non era un rito, una chiesa, non mi dava emozioni: era semplicemente casa. Questo raccontava.

E come non poteva non essere così, se Pupella era nata nel palazzo del Teatro Orfei di Napoli, nel rione Carriera grande vicino la ferrovia, nella stanza sopra il palcoscenico!

Pupella Maggio con i fratelli Beniamino e Rosalia
Foto tratta dalla locandina di È… ‘na sera ‘e…. Maggio (1983)

Figlia d’arte per parte di madre da sette generazioni, mentre il padre Domenico Maggio aveva iniziato come barbiere, ma per arrotondare suonava ai matrimoni il mandolino.

A sedici anni si innamorò della bella Antonietta Gravante, figlia del proprietario di un piccolo circo equestre, discendente da una stirpe di artisti, che fin dal Settecento giravano allestendo spettacoli.

A diciotto anni la sposò e il teatro fu da subito il mestiere di questa giovane coppia che si amò fino alla fine – ricordava Pupella – e che mise al mondo, fra uno spettacolo e l’altro, ben sedici figli.

Di questi ne arrivarono all’età adulta solo sette e furono tutti artisti: oltre a lei, Enzo, Dante, Beniamino, Rosalia, Icadio e Margherita, ma questi ultimi due morirono purtroppo giovani.

Un nome, un destino

Pupella prese il nome proprio dal suo primo ruolo. In quell’occasione interpretava infatti una pupa, ovvero una bambola, e nello stesso teatro in cui era nata soltanto due anni prima.

L’opera era La pupa movibile di Eduardo Scarpetta, ricavata da una pochade francese intitolata La poupée. Fu suo padre a volerla, al tempo in ditta nella compagnia Maggio-Cafiero-Mascotti.

In pochi lo sanno, ma il suo vero nome era in realtà Giustina. Ci fu un tempo in cui avrebbe voluto riprenderselo, ma fu proprio il padre a sconsigliarla: il pubblico la conosceva ormai così e sarebbe stato un grave errore cambiarlo. E così fece. Col tempo gli fu grata, perché per tutti era ed è la sola e unica Pupella.

Pupella Maggio col busto di EduardoLa prima volta che la vidi

Il mio primo ricordo di lei è da ragazzina davanti al televisore a guardare Natale in casa Cupiello. Era il 1977 e la Rai aveva deciso di rieditare a colori le principali commedie di Eduardo e quelle di suo padre Scarpetta.

Pupella fu da allora nel mio immaginario, perennemente legata a Eduardo, con la cui opera sono cresciuta. Credo di essere stata una delle poche ragazzine a fare i salti di gioia di fronte a una musicassetta in cui il grande Eduardo declamava le proprie poesie. Ce l’ho ancora. Certo non era un regalo usuale a quell’età…

Molti anni dopo comprai in blocco in una bancarella a Napoli l’intera collezione di VHS del suo teatro più noto pubblicata dalla ERI: un azzardo per quel che si raccontava sui bidoni che ti potevano capitare, ma io guardai dritto negli occhi il venditore e gli chiesi candidamente se mi potevo fidare e mi fidai del suo sguardo limpido e diretto nel rispondermi. E feci benissimo!

1955 – 1979

Trascorsero ventidue anni insieme sul palcoscenico, con qualche stagione saltata, quando Eduardo non la scritturò per qualche divergenza sorta. Si scontrarono spesso, ma si stimarono sempre. Anche quando un grosso litigio mise fine al sodalizio artistico e a ogni loro rapporto. Era il 1979.

Si rividero poi a Taormina nel 1984 per la consegna a Pupella di uno dei tanti premi vinti negli anni: il premio Idi.

Quando gli si avvivinò, sulle prime Eduardo disse di non conoscerla, poi fu lui a cercarla e fu un colloquio pieno di affetto e stima. Non ebbero più modo di rivedersi: Eduardo morì pochi mesi dopo.

Inevitabile che la sua biografia abbia lunghe pagine dedicate al grande attore drammaturgo. Un ritratto pieno di amore e riconoscenza, ma schietto come era nella natura di Pupella.

Pupella Maggio autobiografiaPupella, raccontami di te

Poca luce in tanto spazio è una biografia che nella forma e nel dichiarato intento dell’editore Carlo Grassetti, che la curò, è quella di una lunga e gradevole intervista, che si chiude con una serie di domande incalzanti.

Ovviamente non prescinde da una cospicua parte dedicata ad alcuni suoi lavori teatrali.

Si tratta comunque di una lunga chiacchierata con questa straordinaria artista e dunque non ha un andamento perfettamente organico, ha alcune ripetizioni, una contraddizione che nella sostanza è più un bisticcio di date, mentre un’altra è più un alternarsi di sentimenti diversi di fronte al medesimo quesito.

Cosa comprensibilissima in una conversazione in cui si è lasciata una signora di ottantacinque anni (il libro infatti uscì nel 1995) libera di raccontarsi in più momenti e non tutto d’un fiato, attingendo anche da molte interviste rilasciate in anni diversi.

Onesta col suo pubblico

Alle volte a ricordare ci si pone in modo differente a seconda dei sentimenti del momento e dei momenti della vita e così va compresa questa biografia, che resta perfettamente autentica, perché, come scrive fin dall’inizio Pupella, in un libro bisogna dire sempre tutta la verità. Fino in fondo. Non bisogna barare, in nessun caso. Io, col pubblico, non ho mai barato.

Ne esce un ritratto umanissimo e talmente schietto da creare qualche imbarazzo, dato il candore di una donna che non si preoccupava di nascondere né di spiegare oltre il dovuto: troppo “pulita” e dal carattere troppo forte per preoccuparsene.

Dal teatro al Cielo e ritorno

Pupella io l’ho amata infinitamente come attrice, ma l’ho scoperta come donna leggendo di lei e devo dire che la cosa che più mi ha colpita è stata la sua fede.

Una fede autentica, compleatamente priva di condizionamenti e sovrastrutture, perché per sua stessa ammissione non si era potuta permettere un’istruzione religiosa come del resto nemmeno una scolastica. Però granitica.

Nel leggere le sue riflessioni, ho trovato l’essenza del rapporto con Dio, quella che più riesce a tutti difficile: l’abbandono totale e confidente nell’amore del Padre, il saper accogliere la Sua volontà con fiducia anche quando umanamente si vorrebbe sfuggire la prova o comprenderne la volontà.

Tutto con un linguaggio da fanciulla, da creatura semplice, ma in fondo non sono poi le creature semplici quelle più vicine a Dio? Impossibile, a questo punto, non pensare per associazione a Tina Pica!

Per sempre Cunce’

Un libro questo che è un viaggio nella storia del teatro, nella vita straordinaria di una donna, che, fosse stato per lei, avrebbe voluto fare la modista e creare cappellini eccentrici e che invece fu la musa, oltre la sorella Titina, di Eduardo De Filippo, che di Pupella disse: «avevo bisogno di questa faccia di terracotta etrusca, di quest’anima e di questo coraggio».

Pupella ci ha lasciati nel 1999, nel giorno dell’Immacolata, ma ogni volta la ritrovo nel teatro di Eduardo. Fra tutte le opere la preferisco lì, in casa Cupiello, ciabattando vicino al comò.

Lucarie’, Lucarie’, scetete, song ‘e nove!

Immortale. Eterna.

 

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