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	<title>Cinema &amp; Cultura &#8211; Aida Mele Magazine</title>
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	<title>Cinema &amp; Cultura &#8211; Aida Mele Magazine</title>
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		<title>Cinquant&#8217;anni senza Carlo Romano</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Oct 2025 10:11:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema & Cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il cinquantenario della morte di Carlo Romano (Livorno, 8 maggio 1908 &#8211; Roma, 16 ottobre 1975) è passato totalmente in sordina. Questo Paese non ha alcuna memoria, nemmeno per il proprio cinema. I nomi oggi dimenticati sono tanti e non si creda si tratti solo di figure cosiddette minori, come dimostra questa ricorrenza mancata. Il [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-4691 alignleft" src="https://www.aidamelemagazine.com/wp-content/uploads/2025/10/Carlo-Romano-anni-Treneta-210x300.jpg" alt="Carlo Romano primi film" width="210" height="300" />Il cinquantenario della morte di Carlo Romano (Livorno, 8 maggio 1908 &#8211; Roma, 16 ottobre 1975) è passato totalmente in<span id="more-4685"></span> sordina. Questo Paese non ha alcuna memoria, nemmeno per il proprio cinema. I nomi oggi dimenticati sono tanti e non si creda si tratti solo di figure cosiddette minori, come dimostra questa ricorrenza mancata.</p>
<p>Il nome di Carlo Romano oggi probabilmente dice poco ai più, eppure la sua voce è popolarissima, perché <strong>don Camillo</strong> non sarebbe lo stesso senza il suo doppiaggio e ancor più <strong>Jerry Lewis</strong>.</p>
<p>Cito i più noti, ma sono talmente tanti gli attori o i personaggi, che gli devono la propria riconoscibilità, che nessuno può stilarne l’elenco completo. Nessuno.</p>
<h2>Il doppiaggio</h2>
<p>Carlo Romano aveva una voce davvero duttile e così espressiva da essere chiamato per i ruoli più vari, anche solo per poche battute, non solo per doppiare grandi attori come, che so, <strong>Eli Wallach</strong> ne <em><strong>Il Buono, il Brutto e il Cattivo</strong></em> (di <strong>Sergio Leone</strong>, 1966), tanto per citarne uno piuttosto evocativo.</p>
<p>Veniva infatti chiamato anche per doppiare colleghi italiani impegnati altrove durante il periodo di post produzione dei film o anche semplici comparse, comprimari, caratteristi.</p>
<p>La sua voce era talmente modulabile da essere perfetta perfino per l&#8217;animazione. Quanti personaggi, dal <a href="https://www.youtube.com/watch?v=I3VKynsNldE"><strong>Grillo Parlante</strong></a> di <em><strong>Pinocchio</strong></em> (di <strong>Walt Disney</strong>, 1940) al <strong>Nick Carter</strong> di <strong>Super Gulp!</strong> negli anni Settanta.</p>
<p>Sto solo citando l’infinitesima parte di un elenco che solo lo storico del doppiaggio <a href="https://www.aidamelemagazine.com/doppiaggio-arte-sconosciuta/"><strong>Gerardo Di Cola</strong></a> ha saputo rendere al meglio.</p>
<p>Io credo che sia stato il doppiatore più prolifico in assoluto. Alle volte la sua voce la ritrovo addirittura in due attori nello stesso film: un personaggio e una comparsa e questo in almeno due titoli.</p>
<p>Carlo Romano aveva anche un’intonazione gradevole, tanto da cantare in più di una registrazione.</p>
<p>Soprattutto era una colonna della CDC, prima e storica cooperativa di doppiatori.</p>
<p>Se poi c’era da doppiare un personaggio con un’inflessione dialettale, subito veniva convocato e a ragione.</p>
<p>Figlio d’arte, seguendo la propria famiglia di turné in turné, per completare il proprio ciclo dell’elementari Carlo fu iscritto almeno in undici città diverse, dunque l’orecchio alle inflessioni lo allenò fin da bambino, ovviamente sostenuto da un talento innato non comune.</p>
<p>Il doppiaggio non fu esattamente un’invenzione italiana, ma noi ne facemmo un’arte. Al tempo non c’erano i corsi di oggi, si imparava dai grandi, che ne avevano affinato le tecniche alla luce di una carriera attoriale solida, Carlo Romano fu tra questi maestri.</p>
<p>Spesso direttore di doppiaggio, in quell’occasione perdeva l’aria bonaria per cui era noto e diventava severissimo.</p>
<h2>Figlio d&#8217;arte</h2>
<p>Carletto, come affettuosamente lo chiamavano i colleghi, apparteneva dunque a una famiglia d’arte. Il nonno materno, <strong>Attila Ricci</strong>, aveva calcato numerosi palcoscenici fino ad arrivare ad Alessandria d’Egitto, ma era stato anche attore ai tempi del muto.</p>
<p>Sua figlia <strong>Geltrude</strong> aveva seguito le orme paterne e col marito <strong>Giuseppe Romano</strong> aveva girato i teatri coi figli <strong>Felice</strong> e Carlo, che crebbero sulle tavole di un palcoscenico, com’era d’uso allora fare.</p>
<p>Morto Giuseppe, sia Geltrude che i figli si diedero al cinema come attori e doppiatori. Fu la madre a dare – tanto per fare un esempio – la voce alla strega di <em><strong>Biancaneve</strong></em> (di <strong>Walt Disney</strong>, 1937) nel doppiaggio originale.</p>
<p>Voi direte: come originale? Purtroppo esiste una consolidata tradizione di ridoppiaggi, ma questo è un’altra faccenda. Assai dolente, in verità.</p>
<h2>Televisione e radio</h2>
<p>Tornando a Carletto, le persone grandi in età lo ricorderanno in innumerevoli produzioni RAI, i famosi sceneggiati di allora, in cui venivano chiamati solo attori di grande mestiere e di scuola per lo più teatrale: <em><strong>David Copperfield</strong></em> (di <strong>Anton Giulio Majano</strong>, 1965), forse oggi il titolo più ricordato, ma furono davvero tanti. Lavorò in questo genere televisivo come pochi.</p>
<p>Prima ancora ci fu la prosa in radio. In età matura fu anche sceneggiatore di film, autore di programmi televisivi e presentatore. Dunque un artista nel senso pieno del termine.</p>
<h2>Prima e dopo la guerra</h2>
<p>Chi apparteneva a una delle numerosissime famiglie d’arte, cresceva con una preparazione tale, che oggi solo eccezionali talenti sanno esprimere, dunque quando arrivò nel 1930 il sonoro anche in Italia, fu a questi attori che le produzioni si rivolsero.</p>
<p>Fino al dopoguerra i film venivano girati soprattutto negli studi e in presa diretta, dunque gli attori erano tutti “di mestiere”.</p>
<p>Fu allora che Carlo Romano iniziò dunque la propria carriera cinematografica. Se nel dopoguerra divenne uno dei caratteristi più noti, prima lo ritroviamo in ruoli maggiori, addirittura come protagonista in <em><strong>Un marito per il mese d’aprile</strong></em> (di <strong>Giorgio Simonelli</strong>, 1941).</p>
<h2>Conclusioni</h2>
<p>Sono stati gli attori come Carlo Romano a fare la storia del nostro cinema. Innanzitutto, perché senza il loro magnifico lavoro in sala doppiaggio il cinema come noi lo conosciamo non esisterebbe e poi perché è sulle spalle di questi attori che si sono rette intere stagioni del nostro cinema. Molti di loro erano proprio figli d’arte e meriterebbero di essere studiati, perché ci permetterebbero di capire molto di più della storia del nostro cinema,</p>
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		<title>Solitudini urbane</title>
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		<dc:creator><![CDATA[A.M.]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Jan 2025 13:04:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema & Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[#evelinanazzari]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il libro che vi segnalo oggi è Solitudini urbane di Maria Evelina Buffa Nazzari e a leggere il suo nome per esteso non riesco a non notare come il suo stesso nome di autrice sia andato cambiando nel tempo. È la sua quinta opera, se si escludono i due atti unici raccolti sotto il titolo di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_4662" aria-describedby="caption-attachment-4662" style="width: 193px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" class="wp-image-4662 size-medium" src="https://www.aidamelemagazine.com/wp-content/uploads/2025/01/Solitudini-urbane-193x300.jpg" alt="Solitudini urbane" width="193" height="300" /><figcaption id="caption-attachment-4662" class="wp-caption-text">Edizioni Porto Seguro</figcaption></figure>
<p>Il libro che vi segnalo oggi è<em><strong> Solitudini urbane</strong></em> di <strong>Maria Evelina Buffa Nazzari </strong>e a leggere il suo nome per<span id="more-4614"></span> esteso non riesco a non notare come il suo stesso nome di autrice sia andato cambiando nel tempo.</p>
<p>È la sua quinta opera, se si escludono i due atti unici raccolti sotto il titolo di <em><strong>Altrove</strong></em>.</p>
<p>La mia è certo una mera constatazione, ma è interessante notare come l&#8217;autrice leghi ad ogni libro un aspetto di sé, cosa non comune negli autori, spesso piuttosto bidimensionali nell&#8217;idea che di loro ci creiamo.</p>
<h2>Buffa e Nazzari</h2>
<p>Già nota attrice, soprattutto teatrale, ha debuttato nella scrittura con una pubblicazione dedicata al celebre padre, <a href="https://www.aidamelemagazine.com/amedeo-nazzari-oltre-il-melodramma/"><em><strong>Amedeo Buffa in arte Nazzari</strong></em></a> e firmandosi col proprio nome anagrafico di <strong>Evelina Buffa</strong>, privo anche dell&#8217;estensione oltre che di quello d&#8217;arte: era dunque a parlare solo la figlia del grande e amatissimo attore, viene da pensare.</p>
<p>Il secondo libro è stato il suo urlo di dolore dopo la morte dell&#8217;unico figlio, Leonardo: <em><strong>Dopo la fine</strong></em>, a firma <strong>Maria Evelina Buffa</strong>. Dunque lei in tutta la sua identità terrena, lontana dalle luci del palcoscenico.</p>
<p>La terza opera è stata <a href="https://www.aidamelemagazine.com/fratelli-darte-e-figli-del-set/"><strong><em>Fratelli d&#8217;arte</em></strong></a>, scritta a quattro mani con <strong>Silvia</strong> <strong>Toso</strong>, figlia dell&#8217;attore Otello, e qui ha firmato come <strong>Evelina Nazzari</strong>, figlia d&#8217;arte appunto.</p>
<p>Il quarto libro è stato quello per cui l&#8217;ho conosciuta come scrittrice e di persona: <a href="https://www.aidamelemagazine.com/spesso-sono-arrivata-seconda/"><em><strong>Spesso sono arrivata seconda </strong></em></a>e per la prima volta è apparso il suo nome per esteso, abbracciando l&#8217;anagrafe e l&#8217;arte.</p>
<p>Dico questo a sottolineare che in ciò che scrive c&#8217;è lei, ovunque, anche in un libro come <em><strong>Solitudini urbane</strong></em>, che l&#8217;editore si è preoccupato di definire un&#8217;opera di fantasia.</p>
<h2><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-4658 alignleft" src="https://www.aidamelemagazine.com/wp-content/uploads/2025/01/Evelina-200x300.jpg" alt="Evelina Nazzari" width="200" height="300" />Un viaggio dentro di sé</h2>
<p>Certo voi potreste obiettare che ovviamente ogni autore è nelle proprie opere e in un certo senso è vero, se si intende che ciascuno lascia tracce del proprio sentire o del proprio vissuto, inteso come esperienza, ma non lo è se invece si considera che esistono autori che fanno della propria scrittura un viaggio dentro di sé, anche se raccontano storie e inventano trame.</p>
<p>Evelina appartiene a questi e non la immagino autrice di romanzi campati per aria, ambientati chissà dove, avvitati su storie improbabili.</p>
<p>Penna piacevolissima, anche in questa sua opera non si smentisce. Profonda, mai pedante, prolissa o compiaciuta della propria scrittura.</p>
<p><em><strong>Solitudini urbane</strong></em> è nato durante la pandemia ed è una raccolta di brevi racconti. Un libro direi cinematografico, per quanto ben si presterebbe a essere sceneggiato.</p>
<p>Racconti autonomi, ma non del tutto slegati, perché tutti ambientati in un unico palazzo e tutti accumunati da&#8230; un buco nel pavimento. Una sorta di asola che accoglie il filo che tutto tiene insieme o la breccia in una realtà apparente ovvero scrivo per raccontare altro.</p>
<p>Un libro imperdibile. Come tutti i libri scritti da Evelina da me già recensiti, fra i quali purtroppo non figura <em><strong>Dopo la fine</strong></em>, perché introvabile, ma che ho avuto la fortuna di leggere e che vi consiglio di cercare su qualche piattaforma di libri di seconda mano o fuori catalogo.</p>
<p>Per le novità in libreria, invece, vi segnalo che la casa editrice Sabinae ha pubblicato il suo ultimo lavoro, <em><strong>Memorie a brandelli</strong></em>. Non l&#8217;ho ancora letto dunque lascio a voi soddisfare ogni curiosità nell&#8217;acquistarlo, interessante però che l&#8217;autrice usi nuovamente il solo nome d&#8217;arte.</p>
<h2>Una e tutte</h2>
<p>Certo, giustamente qualcuno potrebbe eccepire che Evelina sia l&#8217;attrice, la scrittrice, la mamma, la figlia, la donna, sia tutto questo insieme, ciononostante non riesco ugualmente a trovare casuale l&#8217;uso che dei suoi nomi fa quando scrive.</p>
<p>Se sui documenti è Maria Evelina Buffa e per il teatro è Evelina Nazzari, davanti ad un foglio bianco pare diventare ciò che forse in quel momento maggiormente sente di essere e questo mi riporta a quanto già detto: la scrittura per questa autrice è un viaggio dentro di sé, che inventi storie o che condivida memorie.</p>
<p>Quanto di suo da me finora letto, sempre mi ha riportata a lei.</p>
<p><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-4663 aligncenter" src="https://www.aidamelemagazine.com/wp-content/uploads/2025/01/i-libri-di-Evelina-copia-300x255.jpg" alt="i libri di Evelina Nazzari" width="300" height="255" /></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Cinquant&#8217;anni senza Nannarella</title>
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		<dc:creator><![CDATA[A.M.]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Sep 2023 14:29:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema & Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[#annamagnani]]></category>
		<category><![CDATA[#attriciitaliane]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Cinquant&#8217;anni senza Nannarella e per ricordarla è uscito in libreria Anna Magnani. Racconto d&#8217;attrice. I giovani d&#8217;oggi la conoscono? E i meno giovani di lei e del suo enorme talento cosa sanno? Anna credo che per molti sia poco più di un fermo immagine: riversa a terra, priva di vita, con Fabrizi chino su di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="wp-image-4592 size-medium alignleft" title="Anna Magnani. Racconto d'attrice" src="https://www.aidamelemagazine.com/wp-content/uploads/2023/09/Nannarella-217x300.jpg" alt="Nannarella in copertina" width="217" height="300" />Cinquant&#8217;anni senza <strong>Nannarella</strong> e per ricordarla è uscito in libreria <em><strong>Anna Magnani. Racconto d&#8217;attrice</strong></em>.</p>
<p>I giovani d&#8217;oggi la conoscono? E i meno giovani di lei e del suo enorme talento cosa sanno? Anna<span id="more-4581"></span> credo che per molti sia poco più di un fermo immagine: riversa a terra, priva di vita, con Fabrizi chino su di lei o mentre corre dietro al camion dei Tedeschi o quando, con sguardo di sfida, affronta il Nazista in mezzo alle altre donne durante la perquisizione.</p>
<p>Anna per molti è una foto in bianco e nero tratta da <em><strong>Roma città aperta.</strong></em> Anna è un cumulo di luoghi comuni, che rimbalzano dalla stampa ai salotti televisivi. Anna oggi è sconosciuta ai più.</p>
<p><strong>Chiara Ricci</strong> dedica a lei la sua ultima fatica letteraria, è il suo omaggio ad un&#8217;artista che non ha mai voluto essere una diva, in un tempo in cui tutte avrebbero dato chissà cosa per esserlo. La Magnani attraversa questo libro con una tale grazia, che sembra volare. Si attarda solo nella parte monografica, in cui l&#8217;autrice analizza il rapporto di alcuni suoi film e le opere teatrali da cui sono tratti.</p>
<h2>Una, nessuna e centomila</h2>
<p>Anna fu una donna complessa, magnifica, irrisolta eppure completa, leale ma capace anche di essere &#8220;l&#8217;altra&#8221;, contraddittoria per alcuni versi e coerente per altri, fragilissima e d&#8217;acciaio. Anna era oltre la propria epoca. Una personalità talmente ricca umanamente da trovare in sé tutto ciò che le poteva servire per essere le innumerevoli donne da lei rappresentate.</p>
<p>Non era un talento istrionico e non entrava e usciva dai propri personaggi, <strong>Nannarella</strong> <em>era</em> i suoi stessi personaggi. Come lei stessa sosteneva, aveva in sé <em>duemila donne</em> ed era questa o quella in base alla storia raccontata, dava loro vita e voce. Anna era una sorta di archetipo, era una, nessuna e centomila donne. Era l&#8217;universo femminile.</p>
<h2><em>Teatro significa vivere sul serio quello che gli altri, nella vita, recitano male</em> (Eduardo)</h2>
<p>Non era falsa modestia la sua quando disse di non sapere se fosse davvero un&#8217;attrice, proprio perché il recitare ha in sé il concetto di rappresentazione e dunque non di realtà, mentre lei sentiva quanto mai vero il personaggio che portava in scena.</p>
<p>Anna era in assoluta sintonia con <strong>Eduardo</strong> non a caso: per il grande drammaturgo il teatro era la vita portata sulle tavole di un palcoscenico. Tutto questo è perfettamente riscontrabile nel libro di <strong>Chiara Ricci</strong>, non così esplicitato, ma comunque presente, perché l&#8217;autrice conosce a fondo la Magnani e solo chi l&#8217;ha studiata come attrice e come donna può arrivare a vedere quanto complessa fosse la sua figura, umana e artistica.</p>
<h2>Un libro per tutti</h2>
<p>Si tratta di un libro scorrevole, che non si perde in tecnicismi. Anche nella parte più propriamente di approfondimento, resta agevole. Può essere un primo approccio per chi vuol conoscere <strong>Nannarella</strong> o un approfondimento da un&#8217;angolazione diversa per chi già conosce la Magnani, è un libro che consiglio a chiunque, appassionato o &#8220;del mestiere&#8221; che sia.</p>
<h2>Link</h2>
<p><a href="https://www.youtube.com/watch?v=ZvdKaV4GHtM"><strong>Anna </strong></a><em>in una canzone immortale</em></p>
<p><em>Nel</em> <a href="https://www.youtube.com/watch?v=bJ8tsKJ_5kg"><strong>ricordo </strong></a><em>di Eduardo</em></p>
<p><em>Nel</em> <a href="https://www.aidamelemagazine.com/110-anni-fa-nasceva-anna-magnani/"><strong>mio</strong></a></p>
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		<title>Cara Antonella, oggi leggo di te</title>
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		<dc:creator><![CDATA[A.M.]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Aug 2023 17:37:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema & Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[#antonellalualdi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Antonella Lualdi ci ha lasciati da poco e la curiosità degli internauti porta a galla molti articoli a lei dedicati. Un mio amico mi ha chiamato oggi per segnalarmene uno, a me sfuggito. Contenuto nella rivista on line Arabeschi. Leggo a firma di Federica Piana, una ricercatrice universitaria, che si dedica allo studio e all&#8217;analisi [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="https://www.aidamelemagazine.com/conversando-con-antonella-lualdi/"><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-4574 alignleft" src="https://www.aidamelemagazine.com/wp-content/uploads/2023/08/Autobiografia-Antonella-Lualdi-215x300.jpg" alt="Cara Antonella, oggi leggo di te" width="215" height="300" />Antonella Lualdi</a></strong> ci ha lasciati da poco e la curiosità degli internauti porta a galla molti articoli a lei dedicati. Un mio amico mi ha chiamato oggi per segnalarmene uno, a me sfuggito. Contenuto <a href="http://www.arabeschi.it/antonella-lualdi/"><strong>nella rivista on line Arabeschi</strong></a>. Leggo a firma di <strong>Federica Piana</strong>, una ricercatrice<span id="more-4573"></span> universitaria, che si dedica allo studio e all&#8217;analisi delle autobiografie delle attrici.</p>
<p>Posto che ognuno è libero di fare le proprie considerazioni e tirare le proprie somme, trovo che l&#8217;autrice non abbia colto nulla di ciò che in questa autobiografia è stato scritto.</p>
<p>Da quello che ho letto pare non conoscere appieno nemmeno la carriera di Antonella e sicuramente non ha mai conosciuto la persona, perché altrimenti non avrebbe ribadito con insistenza e per ben cinque volte che con questo libro la Lualdi non ha inteso altro che soddisfare il proprio desiderio di autoaffermazione, essendo una &#8220;diva mancata&#8221;.</p>
<p>Ribatterò così ad un articolo tanto sgradevole e fuorviante.</p>
<h2>Punto 1</h2>
<p>Antonella Lualdi non è mai stata una diva mancata, è stata un&#8217;attrice che ha goduto di un grande successo, ha avuto anni d&#8217;oro invidiabili ed è entrata nel cinema senza dover fare anticamera e questo forse le ha tolto quel mestiere che ha poi dovuto recuperare con l&#8217;esperienza.</p>
<p>Semmai non è stata né ambiziosa né combattiva, aveva un temperamento mite per l&#8217;ambiente del cinema e non ha saputo muoversi con determinazione, ma questo non fa di lei una diva mancata. Ha attraversato tanto nostro cinema e tanto cinema francese, lavorando con grandi nomi, la figurina di contorno non l&#8217;ha mai fatta per nessuno.</p>
<h2>Punto 2</h2>
<p>Antonella era lontana anni luce dalla classica psicologia di chi ha bisogno di autocelebrarsi per sentirsi qualcuno, era una donna che aveva vissuto pienamente una vita fuori dal comune, con le fragilità di chi è dovuta crescere in fretta in un Italia dove dalla patria potestà si passava a quella maritale. Ha vissuto, sofferto, imparato. La chiusura del libro dice molto della persona Antonella.</p>
<h2>Punto 3</h2>
<p>Franco Interlenghi non è stata l&#8217;ombra, ma l&#8217;amore della sua vita. Ciò non toglie che la loro storia abbia avuto una crisi profonda. Da una donna mi aspetto l&#8217;empatia di chi comprende che allora era difficile crescere, riconoscere se stesse, quando la morale del tempo non dava spazio alle donne per maturare una coscienza di sé, strette com&#8217;erano fra la famiglia di origine e quella prontamente costruita. Tutto questo nell&#8217;ambiente del cinema, così fuori dagli schemi.</p>
<p>Erano due bravi ragazzi, provenienti da due famiglie solide, chiuse come lo era la stragrande maggioranza nel Paese di allora. Nessuna famiglia irregolare alle spalle, nessuna tappa bruciata, nessun grillo per la testa. Il cinema era per entrambi il proprio lavoro, non la fiera delle vanità e delle ambizioni che per molti è stato ed è.</p>
<p>Che Franco poi fosse il suo punto di riferimento lo dimostra il titolo, che non voleva preludere ad un&#8217;autobiografia della coppia, ma a ciò che Antonella sentiva come definizione di sé, tant&#8217;è che mai divorziarono, mai si diedero le spalle.</p>
<h2>Punto 4</h2>
<p>Il libro, scritto a quattro mani con <strong>Diego Verdegiglio</strong>, non celebra una carriera mancata, ma racconta con la semplicità e il candore propri di Antonella come andarono le cose. Quando io lo lessi non avevo ancora conosciuto Antonella, dunque non potevo essere stata influenzata dalla sua amabilità, e non vi trovai niente di ciò che l&#8217;autrice ripete e ripete, come se la cosa servisse a dar fede ad un concetto che non combina né con la carriera né con la persona, dunque né con Antonella Lualdi né con Antonietta Maria De Pascale.</p>
<h2>Punto 5</h2>
<p>Certamente l&#8217;autrice dell&#8217;articolo è persona preparatissima nel proprio ambito, ma temo non altrettanto nella storia del cinema italiano.</p>
<p>Non me ne voglia.</p>
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		<title>Walter Maestosi, un talento lontano dalla ribalta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[A.M.]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Jun 2022 20:24:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema & Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[#doppiaggio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La morte di Walter Maestosi mi ha fatto riflettere su quanti bravi attori hanno vissuto e vivono lontano dalla ribalta pur avendo stoffa. Per ogni nome di richiamo ce ne sono tanti che restano semi sconosciuti al grande pubblico. Fortuna, scelte, dinamiche: sono diverse le ragioni, ma il risultato non cambia. Ho voluto dunque conoscere [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><img loading="lazy" class="wp-image-4505 size-full alignleft" title="Walter Maestosi recita la Divina Commedia" src="https://www.aidamelemagazine.com/wp-content/uploads/2022/06/Walter-Maestosi.png" alt="Copertina CD " width="350" height="351" srcset="https://www.aidamelemagazine.com/wp-content/uploads/2022/06/Walter-Maestosi.png 350w, https://www.aidamelemagazine.com/wp-content/uploads/2022/06/Walter-Maestosi-300x300.png 300w, https://www.aidamelemagazine.com/wp-content/uploads/2022/06/Walter-Maestosi-150x150.png 150w" sizes="(max-width: 350px) 100vw, 350px" />La morte di Walter Maestosi mi ha fatto riflettere su quanti bravi attori hanno vissuto e vivono lontano dalla ribalta pur avendo stoffa.</p>
<p>Per ogni <span id="more-4503"></span>nome di richiamo ce ne sono tanti che restano semi sconosciuti al grande pubblico. Fortuna, scelte, dinamiche: sono diverse le ragioni, ma il risultato non cambia.</p>
<p>Ho voluto dunque conoscere meglio questo artista e così ho scoperto che era nato il 24 settembre 1934 a Roma, dov&#8217;è mancato l&#8217;altroieri dopo una lunga malattia. La sua carriera iniziò con l&#8217;antesignano dei <em>talent show</em>: <em><strong>Primo applauso</strong></em>.</p>
<p>Si trattava di un programma che lanciava volti nuovi nelle varie discipline dello spettacolo. Ad ogni puntata una giuria composita e di tutto rispetto.</p>
<p>Walter Maestosi vinse la seconda puntata di questo programma portando un monologo di Pirandello, era il luglio del 1957 e i giurati erano <strong>Andreina Pagnani</strong>, <strong>Marisa Del Frate</strong>, <strong>Giulietta Masina</strong> e <strong>Franco Mannino</strong>.</p>
<p>In questa trasmissione fece il suo debutto anche l&#8217;applausometro, che misurava il gradimento del pubblico, che sommato a quello della giuria definiva la classifica degli aspiranti artisti partecipanti.</p>
<p>Quello stesso anno Maestosi si iscrisse all&#8217;Accademia d&#8217;Arte drammatica diplomandosi nel 1960, anno del suo debutto in Rai in una trasmissione di prosa radiofonica.</p>
<p>Radio Rai accompagnerà la sua carriera fino al 1995, anno della sua ultima partecipazione.</p>
<p>La prosa radiofonica fu il suo cavallo di battaglia insieme alle <a href="https://www.youtube.com/watch?v=4RzgiSrjGtg"><strong>letture</strong></a>. Noto per la sua dizione poetica, incise dischi prima e CD dopo. Partecipò a storici sceneggiati e a qualche film, soprattutto di genere.</p>
<p>Il suo ultimo ruolo fu nel 2013 come voce narrante nel cortometraggio <em><strong>Ghigno sardonico</strong></em> di <strong>Fulvio Risuleo</strong>.</p>
<p>Walter Maestosi fu però anche un doppiatore attivo oltre che un attore teatrale. Sua moglie, scomparsa nel 1998, fu <strong>Laura Gianoli</strong>, anche lei attrice e doppiatrice e anche lei poco conosciuta dal grande pubblico.</p>
<p>Eppure, a parte i giovanissimi, se dico <a href="https://www.youtube.com/watch?v=8Ik0HNIOmhw"><strong>Sue Ellen</strong></a> tutti o quasi sanno che parlo di uno dei personaggi chiave della prima soap opera sbarcata in Italia: <em><strong>Dallas</strong></em>. Bene, la voce italiana era di Laura.</p>
<p>Quello dell&#8217;attore è un mestiere che spesso di lustrini ne vede pochi, anche quando meriterebbe.</p>
<p>Alle volte però a questi artisti basta la soddisfazione di saper fare bene il proprio mestiere e di godere della stima dei colleghi. Di poter vivere della propria arte e di concedersi il gusto di fare ciò per cui sono nati.</p>
<p>Walter Maestosi era uno di questi.</p>
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		<title>Addio, Liliana de Curtis</title>
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		<dc:creator><![CDATA[A.M.]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Jun 2022 19:52:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema & Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[#totò]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dire addio a Liliana de Curtis è molto difficile per chiunque ami Totò. Donna dalla vita non comune, non ha avuto risparmiati prove e dolori. Di carattere forte, ha camminato su questa terra per ottantanove anni, gli ultimi lontana da tutti, avvolta dall&#8217;amore straordinario della figlia Elena, la più piccola dei tre, nata dalla seconda [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h2><img loading="lazy" class="wp-image-4477 size-full alignright" title="Liliana in compagnia del padre" src="https://www.aidamelemagazine.com/wp-content/uploads/2022/06/Liliana-e-il-Principe.png" alt="Liliana e il Principe" width="350" height="278" srcset="https://www.aidamelemagazine.com/wp-content/uploads/2022/06/Liliana-e-il-Principe.png 350w, https://www.aidamelemagazine.com/wp-content/uploads/2022/06/Liliana-e-il-Principe-300x238.png 300w" sizes="(max-width: 350px) 100vw, 350px" />Dire addio a Liliana de Curtis è molto difficile per chiunque ami Totò. Donna dalla vita non comune, non ha avuto risparmiati prove e dolori.</h2>
<p>Di carattere forte, ha camminato su questa terra per ottantanove anni, gli ultimi lontana da tutti, avvolta dall&#8217;amore straordinario della figlia Elena, la più piccola dei tre, nata dalla seconda unione, dalla sua seconda vita.</p>
<p>Quella senza il<span id="more-4472"></span> grande Totò, lontana dall&#8217;Italia in Sudafrica, accanto a un amore più rassicurante e maturo del primo marito, quell&#8217;affascinante e inaffidabile Gianni Buffardi che fu il suo atto di ribellione al padre amatissimo.</p>
<p>Liliana, così somigliante al Principe ma in bello, grazie ai geni materni, che avevano ammorbidito i tratti dei de Curtis. Figlia amatissima e madre altrettanto amata, aveva cercato il proprio posto nel mondo, trovandolo là da dove era partita: accanto alla figura del grande Totò.</p>
<p>A lei tutti noi &#8220;totoisti&#8221; dobbiamo la magnifica biografia del Principe, primo di otto libri dedicati alla vita e all&#8217;arte dell&#8217;indimenticabile Antonio de Curtis. Era ritornata in Italia e col tempo si era dedicata a ricordare e svelare la figura del padre, facendo chiarezza anche fra molte inesattezze, che da tempo circolavano.</p>
<p>Il suo è stato un omaggio alla memoria del Principe e forse anche un far pace con quella propria ribellione alla volontà paterna di tanti anni prima.</p>
<p>Liliana era diventata così ai nostri occhi una parte di Totò, un suo prolungamento in vita. Così somigliante e così leale, era il tramite terreno per l&#8217;oceano d&#8217;affetto verso il Principe. Incontrarla era in qualche modo avvicinarlo.</p>
<p>Però Totò non se n&#8217;è ancora andato del tutto, perché Liliana lascia <a href="https://www.aidamelemagazine.com/a-napoli-con-toto-dalla-sanita-alla-luna/"><strong>Elena</strong></a>, anche lei così incredibilmente de Curtis pur essendo innanzitutto Anticoli, come il padre.</p>
<p>Somigliante alla madre e dunque al nonno, Elena, come già Liliana aveva fatto con la propria madre Diana, ha vegliato a sua volta su di lei e da Liliana ha da tempo raccolto il testimone perché la memoria del nonno viva e sotto la giusta luce.</p>
<p>Per ragioni anagrafiche non ha conosciuto Totò, ma lo ha &#8220;incontrato&#8221; mille volte nei ricordi della madre e della nonna. La sua opera è dunque necessariamente differente: non è fatta di ricordi, ma di recupero e valorizzazione.</p>
<p>Addio Liliana, ci mancherai. Abbraccia il Principe per noi.</p>
<figure id="attachment_4478" aria-describedby="caption-attachment-4478" style="width: 350px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-4478 size-full" title="Liliana bambina sul set di San Giovanni decollato" src="https://www.aidamelemagazine.com/wp-content/uploads/2022/06/La-piccola-Liliana-sul-set-con-Toto.png" alt="" width="350" height="287" srcset="https://www.aidamelemagazine.com/wp-content/uploads/2022/06/La-piccola-Liliana-sul-set-con-Toto.png 350w, https://www.aidamelemagazine.com/wp-content/uploads/2022/06/La-piccola-Liliana-sul-set-con-Toto-300x246.png 300w" sizes="(max-width: 350px) 100vw, 350px" /><figcaption id="caption-attachment-4478" class="wp-caption-text">Liliana bambina col padre in un piccolo cameo sul set di &#8220;San Giovanni decollato&#8221; (di Amleto Palermi, 1940), primo vero successo cinematografico di Totò e suo terzo film</figcaption></figure>
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		<title>La commedia all&#8217;italiana non è la commedia italiana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[A.M.]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 May 2022 17:19:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema & Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[#linkaifilm]]></category>
		<category><![CDATA[#storiadelcinemaitaliano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C&#8217;è differenza fra commedia all&#8217;italiana e commedia italiana, non sono affatto definizioni sovrapponibili anche se non tutti concordono su questo. La commedia è un genere cinematografico, si sa. Italiana in quanto appartenente alla nostra cinematografia, evidentemente. Forse, fra tutti, è il genere a noi più congeniale, quello in cui la nostra tradizione è più forte. [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.aidamelemagazine.com/la-commedia-allitaliana-non-e-la-commedia-italiana/">La commedia all&#8217;italiana non è la commedia italiana</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.aidamelemagazine.com">Aida Mele Magazine</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<!-- /wp:heading -->

<!-- wp:paragraph --><!-- /wp:heading -->

<!-- wp:paragraph -->
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-4418 size-full" title="commedia all'italiana Il boom" src="https://www.aidamelemagazine.com/wp-content/uploads/2022/04/Locandina-il-Boom.jpg" alt="locandina Il boom" width="350" height="252" srcset="https://www.aidamelemagazine.com/wp-content/uploads/2022/04/Locandina-il-Boom.jpg 350w, https://www.aidamelemagazine.com/wp-content/uploads/2022/04/Locandina-il-Boom-300x216.jpg 300w" sizes="(max-width: 350px) 100vw, 350px" />C&#8217;è differenza fra commedia all&#8217;italiana e commedia italiana, non sono affatto definizioni sovrapponibili anche se non tutti concordono su questo.</p>
<p>La commedia è un <span id="more-4362"></span>genere cinematografico, si sa. Italiana in quanto appartenente alla nostra cinematografia, evidentemente.</p>
<p>Forse, fra tutti, è il genere a noi più congeniale, quello in cui la nostra tradizione è più forte. Le sue declinazioni nel corso degli anni sono state molteplici.</p>
<h2>Genere e sottogenere</h2>
<p>La commedia all&#8217;italiana è precisamente un sottogenere della commedia stessa e ha peculiarità proprie solo della nostra cinematografia. Nasce alla fine degli anni Cinquanta, ma viene teorizzata quando ormai la sua stagione si può dire conclusa ovvero negli anni Settanta.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:paragraph -->
<h2><img loading="lazy" class="alignright wp-image-4424 size-full" title="commedia all'italiana La moglie del prete" src="https://www.aidamelemagazine.com/wp-content/uploads/2022/04/Locandina-La-moglie-del-prete.jpg" alt="locandina La moglie del prete" width="186" height="270" />Neorealismo e commedia all&#8217;italiana</h2>
<p>Si tratta di un filone che in un certo quale aspetto rappresenta uno dei tanti &#8220;rivoli&#8221; in cui il nostro neorealismo si è poi disperso negli anni.</p>
<p>Infatti è un genere che parte comunque dalla realtà, ma lo sguardo in questo caso non si limita a registrare, ma diventa una lettura e dunque soggettivo e critico.</p>
<h2>Caratteristiche</h2>
<p>La commedia all&#8217;italiana enfatizza alcuni aspetti del nostro costume, soprattutto borghese, accentuandone le contraddizioni, le ipocrisie, addirittura il grottesco quando non il tragico e spingendosi – negli esempi più aulici – fino alla denuncia sociale così come solo la satira più colta e arguta sa fare, in qualche caso perfino tentata da uno <em>humor</em> amaro o amarissimo.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-4422 size-full" title="commedia all'italiana Il profeta" src="https://www.aidamelemagazine.com/wp-content/uploads/2022/04/Locandina-Il-profeta.jpg" alt="locandina Il profeta" width="189" height="267" />A volte impegnata, altre volte presa ad accentuare il carattere evasivo tipico della commedia <em>tout court</em>, ma senza rinunciare a uno sguardo canzonatorio o dissacrante.</p>
<p>Non si allontana mai dalla realtà, anche quando la storpia, perché ne resta l&#8217;oggetto attraverso una sorta di analisi mirata a questo o quell&#8217;aspetto.</p>
<p>La commedia all&#8217;italiana proietta un cono di luce sul tema scelto di volta in volta.</p>
<p>È una sorta di dito puntato su questo o quel difetto della nostra società e fra un lazzo e una battuta la rovescia come un calzino attraverso i vari titoli che inanella. Non tutti riuscitissimi, ma tutti utili a raccontare quei nostri anni in bilico fra la corsa al benessere e gli anni di piombo.</p>
<h2><img loading="lazy" class="alignright wp-image-4421 size-full" title="commedia all'italiana Amore mio aiutami" src="https://www.aidamelemagazine.com/wp-content/uploads/2022/04/Locandina-Amore-mio-aiutami.jpg" alt="locandinaAmore mio aiutami" width="192" height="400" srcset="https://www.aidamelemagazine.com/wp-content/uploads/2022/04/Locandina-Amore-mio-aiutami.jpg 192w, https://www.aidamelemagazine.com/wp-content/uploads/2022/04/Locandina-Amore-mio-aiutami-144x300.jpg 144w" sizes="(max-width: 192px) 100vw, 192px" />Così diversi e così simili</h2>
<p>A chi storce il naso di fronte alla distanza affatto siderale della commedia all&#8217;italiana dal neorealismo, ribatto che gli intenti della prima e del secondo non divergono, perché entrambi credono in una valenza sociale del cinema, nella sua capacità di parlare alle coscienze e al potere costituito.</p>
<p>Sicuramente in modo diverso, perché il neorealismo ha avuto teorici e militanti, con lunghi dibattiti a tenere banco. Non così per la commedia all&#8217;italiana, ma ciò non toglie che l&#8217;una derivi dall&#8217;altro, pur passando attraverso un altro sottogenere – di derivazione più diretta – ovvero la commedia cosiddetta del neorealismo rosa.</p>
<h2>Il cinema, l&#8217;arma più forte</h2>
<p>Tanto la commedia all&#8217;italiana quanto il neorealismo credono dunque nel cinema come &#8220;arma potente&#8221;, del resto gli autori sono tutti nati sotto il Ventennio.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-4419 size-full" title="commedia italiana In nome del popolo italiano" src="https://www.aidamelemagazine.com/wp-content/uploads/2022/04/Locandina-In-nome-del-popolo-italiano.jpg" alt="locandina In nome del popolo italiano" width="188" height="269" />Non fu infatti Mussolini ad affermare che <em>la cinematografia è l&#8217;arma più forte</em>? Certamente nessuno di questi cineasti da adulto abbracciò mai quella fede politica, semmai l&#8217;opposta, ma la lezione era stata ormai appresa.</p>
<p>Del resto tanto nelle democrazie quanto nelle dittature di ogni colore il cinema è ormai assodato essere funzionale tanto a svegliare le coscienze quanto a sedarle. Dipende appunto dal regime politico del Paese in questione.</p>
<p>Persino quello disimpegnato ha una ricaduta, non foss&#8217;altro sui costumi.</p>
<p>Per tornare a noi, la vicinanza di certi film alla cronaca del tempo è la prova di quanto la commedia all&#8217;italiana sia derivata dal neorealismo.</p>
<h2>Sullo schermo i tempi che cambiano</h2>
<p><em><strong>Sedotta e abbandonata</strong></em> è del 1964, forse <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Franca_Viola"><strong>Franca Viola</strong></a> non lo vide quando oppose &#8220;il grande rifiuto&#8221; e non si piegò al matrimonio riparatore ex art. 544 del nostro vecchio Codice Penale, ma certo il clima culturale stava cambiando e a tal punto da non lasciare ai margini di questo cambiamento nemmeno il paesino siciliano di Alcamo, in cui il reato si consumò.</p>
<p>Il cinema quando è vicino alla realtà, si intreccia con questa a tal punto da esserne espressione e anticipatore dei suoi cambiamenti al tempo stesso.</p>
<p>Nel 1961 sempre il grandissimo <strong>Pietro Germi</strong> girò <em><strong>Divorzio all&#8217;italiana</strong></em> e sebbene in misura marginale anche in questo caso tentò una spallata all&#8217;istituto del delitto d&#8217;onore.</p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-4423 size-full" title="commedia all'italiana I mostri" src="https://www.aidamelemagazine.com/wp-content/uploads/2022/04/Locandina-I-mostri.jpg" alt="locandina I mostri" width="188" height="269" />Certo i tempi con cui una società cambia o meglio certifica, per così dire, i propri avvenuti cambiamenti, non sono quelli della storia.</p>
<p>Prova ne sia il fatto che abbiamo dovuto attendere il 1981 affinchè il legislatore abolisse tanto il delitto d&#8217;onore quanto il matrimonio riparatore.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:paragraph -->
<p>Convenzionalmente la commedia all&#8217;italiana si apre con <a href="https://www.youtube.com/watch?v=_J5zvqCwXbs"><strong><em>I soliti ignoti </em></strong></a>di <strong>Mario Monicelli</strong> (1958) e si chiude con <a href="https://www.youtube.com/watch?v=ZtqQntjKB0I"><strong><em>C&#8217;eravamo tanto amati</em></strong></a> di <strong>Ettore Scola</strong>, ma come tutte le convenzioni ammette discussioni.</p>
<!-- /wp:paragraph -->

<!-- wp:heading -->
<h2> </h2><p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.aidamelemagazine.com/la-commedia-allitaliana-non-e-la-commedia-italiana/">La commedia all&#8217;italiana non è la commedia italiana</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.aidamelemagazine.com">Aida Mele Magazine</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Tapirulàn, prima regia di Claudia Gerini</title>
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		<dc:creator><![CDATA[A.M.]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 May 2022 14:02:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema & Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[#cinemaitaliano]]></category>
		<category><![CDATA[#recensioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tapirulàn è il titolo, secondo la scrittura fonetica, ma non secondo la corretta grafia per cui dovrebbe correggersi in tapis roulant. La ragione di questo ho dimenticato di chiederla a Claudia Gerini, quando sabato ha presentato questa sua prima regia al Cinepalace Giometti di Riccione. Ultima tappa di cinque anteprime per un film che proprio [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong><img loading="lazy" class="wp-image-4436 size-full alignleft" title="Claudia Gerini Tapirulàn" src="https://www.aidamelemagazine.com/wp-content/uploads/2022/05/Tapirulan-Claudia-Gerini-sul-set-2.jpg" alt="Claudia Gerini sul set di Tapirulàn" width="350" height="233" srcset="https://www.aidamelemagazine.com/wp-content/uploads/2022/05/Tapirulan-Claudia-Gerini-sul-set-2.jpg 350w, https://www.aidamelemagazine.com/wp-content/uploads/2022/05/Tapirulan-Claudia-Gerini-sul-set-2-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 350px) 100vw, 350px" />Tapirulàn</strong></em> è il titolo, secondo la scrittura fonetica, ma non secondo la corretta grafia per cui dovrebbe correggersi in <em>tapis roulant</em>.</p>
<p>La ragione di questo ho dimenticato di chiederla a <strong>Claudia Gerini</strong>, quando<span id="more-4430"></span> sabato ha presentato questa sua prima regia al Cinepalace Giometti di Riccione.</p>
<p>Ultima tappa di cinque anteprime per un film che proprio non dovrete perdervi: <strong>esce il 5 maggio in tutta Italia</strong>.</p>
<p>Presentato al Bifest di Bari, ha toccato Roma, Firenze, Milano e Monte Carlo prima di arrivare con l&#8217;ultima anteprima nazionale in Riviera.</p>
<h2>Il debutto alla regia</h2>
<p><figure id="attachment_4438" aria-describedby="caption-attachment-4438" style="width: 300px" class="wp-caption alignright"><img loading="lazy" class="wp-image-4438 size-full" title="Claudia Gerini Cinepalace Giometti Tapirulàn" src="https://www.aidamelemagazine.com/wp-content/uploads/2022/05/Claudia-Gerini-prima-Tapirulan-Riccione.jpg" alt="Claudia Gerini anteprima Tapirulàn Riccione " width="300" height="412" srcset="https://www.aidamelemagazine.com/wp-content/uploads/2022/05/Claudia-Gerini-prima-Tapirulan-Riccione.jpg 300w, https://www.aidamelemagazine.com/wp-content/uploads/2022/05/Claudia-Gerini-prima-Tapirulan-Riccione-218x300.jpg 218w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-4438" class="wp-caption-text">Claudia Gerini, regista e protagonista di &#8220;Tapirulàn&#8221; all&#8217;anteprima nazionale al Cinepalace Giometti di Riccione</figcaption></figure></p>
<p><em><strong>Tapirulàn</strong></em> è arrivato nelle mani di <strong>Claudia Gerini</strong> come un soggetto di diciotto pagine. Catturata dalla storia, l&#8217;attrice doveva esserne solo la protagonista, ma ha deciso poi di accettare la sfida lanciatale dal produttore <a href="https://filmitalia.org/it/filmography/9/161426/"><strong>Stefano Bethlen</strong></a> e ne ha assunto anche la regia.</p>
<p>Il risultato è davvero ottimo. Come attrice brillante la Gerini è fra le migliori, il suo talento è indiscusso, ma è molto brava anche in questo ruolo drammatico e come regista è stata una vera sorpresa.</p>
<p>Della Gerini ho sempre apprezzato il talento e al suo debutto dietro la macchina da presa sono arrivata senza preconcetti né aspettative, solo curiosità.</p>
<h2>Un film non facile da fare</h2>
<p>Le difficoltà di un simile film sulla carta non erano solo pratiche e tecniche, ma per così dire anche di svolgimento: una storia che non esce dai confini di una stanza facilmente diventa claustrofobica quanto gli spazi in cui si sviluppa, ma il talento ha tanti aspetti: anche quelli di saper scegliere gli ambienti, evidentemente.</p>
<p>La Gerini, che ha in parte collaborato alla sceneggiatura di <a href="https://www.cinematografo.it/cinedatabase/cast/antonio-baiocco/6006/"><strong>Antonio Baiocco</strong></a> e <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Fabio_Morici"><strong>Fabio Morici</strong></a>, ha partecipato – fra le tante cose – anche all&#8217;ideazione della location e della scenografia.</p>
<p>Nella stanza quelle grandi vetrate sulla vita che accade fuori sono anche il respiro delle pareti che si perdono, pur preservando quella bolla in cui la protagonista si è rinchiusa.</p>
<p>Di claustrofobico non c&#8217;è nulla, nemmeno quello spazio limitato che è il tapirulàn, vero set nel set, spazio vitale nello spazio chiuso di un loft, che non ci è dato però di conoscere.</p>
<h2>Il passato corre più veloce</h2>
<p>La protagonista ha fatto di quel nastro, che non porta da nessuna parte, il proprio perimetro. Se si ferma, non scende, ma si appollaia sui suoi braccioli. Non tocca mai terra, se non alla fine per franare difronte ai propri demoni.</p>
<p>Su quel tapirulàn si riposa, lì lavora come consulente psicoterapeuta on line, lì incontra il mondo, che resta però distante. Quel correre è esattamente la metafora della sua fuga da sé stessa e che non porta a nulla.</p>
<p>Dovrà fermarsi, scendere per guardarsi indietro e affrontare ciò da cui fugge e che non ha mai smesso di tallonarla.</p>
<p>Nei consigli che dà ai propri pazienti o meglio clienti, come la corregge il suo datore di lavoro (interpretato dallo stesso <strong>Fabio Morici</strong>), ci sono schegge di un&#8217;autoterapia elusa.</p>
<p>Un grande monitor è il filtro che le permette di fare analisi, ma non autoanalisi. Fino al giorno in cui da quel monitor si aprirà un varco nel passato.</p>
<p>Allora il tapirulàn perderà i propri confini, le barriere, che ne fanno più che una <em>comfort zone</em> l&#8217;imbocco verso un&#8217;uscita o – più correttamente – un&#8217;idea di uscita.</p>
<p><strong>Correre come forma di esistenza per sopportare la vita</strong>, questa la sintesi di una trama che non vi racconterò. È un film da scoprire e che vale tutti i soldi del biglietto.</p>
<h2>Conclusioni</h2>
<p><img loading="lazy" class="alignright wp-image-4437 size-full" title="Tapirulàn" src="https://www.aidamelemagazine.com/wp-content/uploads/2022/05/Locandina-Tapirulan.jpg" alt="" width="188" height="268" />Un film che non va mai in affanno, come la stessa Gerini, che di cardiofitness evidentemente nella vita se ne intende per davvero, perché recitare a quel modo mentre si corre non è per tutti i polmoni.</p>
<p>Una storia, che a dispetto di ciò che si può supporre, alla fine fa tirare il fiato.</p>
<p><a href="https://www.youtube.com/watch?v=OBkHSeqpEuo"><em><strong>Tapirulàn</strong></em></a> è scritto, interpretato, diretto, ripreso, illuminato, montato, musicato, prodotto davvero bene. Un lavoro ben fatto. Grande risorsa l&#8217;intero cast: tutti bravi con punte di vera eccellenza.</p>
<p>Il nostro cinema ha grandi talenti fra gli attori, ma non molti fra gli autori. Questo è un film ben scritto, nonostante la scivolosità di alcuni temi e che ha preso spunto dalla pandemia in un modo per nulla banale.</p>
<p>Il nostro cinema, per quantità, ormai sopravvive soprattutto con commedie non esattamente per palati fini. Per cui, quando riesce a dare titoli così ben equilibrati, è bene non perderselo.</p>
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		<title>Adulterio all&#8217;italiana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[A.M.]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Apr 2022 17:40:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema & Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[#film]]></category>
		<category><![CDATA[#linkaifilm]]></category>
		<category><![CDATA[#storiadelcinemaitaliano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Adulterio all&#8217;italiana è un film del 1966, diretto da Pasquale Festa Campanile, primo omaggio televisivo dopo la notizia dell&#8217;improvvisa scomparsa nei giorni scorsi di Catherine Spaak, qui protagonista con Nino Manfredi. All&#8217;epoca parte della critica arricciò il naso: erano gli anni in cui ancora il genere commedia era considerato un sottoprodotto cinematografico eppure questo film [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h2><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-4355 size-full" title="Adulterio all'italiana Manfredi e Spaak in macchina" src="https://www.aidamelemagazine.com/wp-content/uploads/2022/04/Adulterio-allitaliana-Catherine-Spaak-e-Nino-Manfredi-travestito.jpg" alt="Manfredi travestito e Catherine Spaak" width="310" height="163" srcset="https://www.aidamelemagazine.com/wp-content/uploads/2022/04/Adulterio-allitaliana-Catherine-Spaak-e-Nino-Manfredi-travestito.jpg 310w, https://www.aidamelemagazine.com/wp-content/uploads/2022/04/Adulterio-allitaliana-Catherine-Spaak-e-Nino-Manfredi-travestito-300x158.jpg 300w" sizes="(max-width: 310px) 100vw, 310px" /></h2>



<p><strong><em>Adulterio all&#8217;italiana</em></strong> è un film del 1966, diretto da <strong>Pasquale Festa Campanile</strong>, primo omaggio televisivo dopo la notizia dell&#8217;improvvisa scomparsa nei giorni scorsi di <strong>Catherine Spaak</strong>, qui protagonista con <strong>Nino Manfredi</strong>.</p>



<p>All&#8217;epoca parte della critica arricciò il naso: erano gli anni in cui <span id="more-4340"></span>ancora il genere commedia era considerato un sottoprodotto cinematografico eppure questo film è un gioiellino di comicità e garbo: binomio oggi purtroppo sconosciuto.</p>



<h2>Quindici titoli &#8220;all&#8217;italiana&#8221;</h2>



<p>Quando <strong>Pietro Germi </strong>fece il suo straordinario film <strong><em>Divorzio all&#8217;italiana</em></strong> nel 1961, era del tutto inconsapevole che quella definizione gli sarebbe stata scippata da lì al 1982 per ben quattordici volte.</p>



<p>La prima fu di lì a poco con <strong><em>Colpo gobbo all&#8217;italiana</em></strong>. Seguirono, in ordine: <strong><em>Matrimonio all&#8217;italiana</em></strong>, <strong><em>Risate all&#8217;italiana</em></strong>, <strong><em>Ménage all&#8217;italiana</em></strong>, <a href="https://www.youtube.com/watch?v=-IdwEoBi5Sc"><strong><em>Adulterio all&#8217;italiana</em></strong></a>, <strong><em>Amore all&#8217;italiana</em></strong> (ma uscì anche con i titoli di <em>Pippo</em> e de <em>I supereroi diabolici</em>), <strong><em>Viaggio di nozze all&#8217;italiana</em></strong>, <strong><em>Capriccio all&#8217;italiana</em></strong>, <strong><em>Un colpo all&#8217;italiana</em></strong> (<em>The Italian Job</em>), <strong><em>Le mille e una notte all&#8217;italiana</em></strong>, <em><strong>Atti impuri all&#8217;italiana</strong></em> (!!) e <strong><em>Bonnie e Clyde all&#8217;italiana</em></strong>.</p>



<h2><img loading="lazy" class="alignright wp-image-4357 size-full" title="Adulterio all'italiana Manfredi e Spaak a letto" src="https://www.aidamelemagazine.com/wp-content/uploads/2022/04/Adulterio-allitaliana-Spaak-Manfredi.jpg" alt="Catherine Spaak e Nino Manfredi" width="300" height="168" />Adulterio all&#8217;italiana 1966 e 1978</h2>



<p>Questo film fu editato due volte e nella seconda recuperò tre minuti di girato. Sarebbe interessante poter confrontare le due versioni per capire quale scena sia stata aggiunta.</p>
<p>Uscì la prima volta col divieto di anni 14, quindi è lecito supporre che la riedizione sia seguita a una rimozione dello stesso: la morale era cambiata e molte pellicole negli anni Settanta furono nuovamente sottoposte alle commissioni di censura per poter avere il visto di &#8220;film per tutti&#8221; in modo da garantirsi passaggi televisivi pomeridiani o in prima serata o, negli anni successivi, per poter uscire in VHS senza divieti penalizzanti per le vendite.</p>



<h2>Manfredi non è Rock Hudson, però&#8230;</h2>



<p><strong><em><img loading="lazy" class="alignright wp-image-4356 size-full" title="Adulterio all'italiana Nino Manfredi e Catherine Spaak" src="https://www.aidamelemagazine.com/wp-content/uploads/2022/04/Adulterio-allitaliana-Nino-Manfredi-e-Catherine-Spaak.jpg" alt="Nino Manfredi e Catherine Spaak" width="280" height="153" />Adulterio all&#8217;italiana</em></strong> è un film delizioso, un perfetto esempio di <a href="https://www.aidamelemagazine.com/la-commedia-allitaliana-non-e-la-commedia-italiana/"><strong>commedia italiana, ma non all&#8217;italiana</strong></a>. (Delle differenze fra questi due generi ve ne parlerò nel prossimo articolo.)</p>
<p>A guardare il film è inevitabile ripensare a certa commedia americana <em>glamorous</em> di pochi anni prima, in cui furoreggiavano <strong>Doris Day</strong> e <strong>Rock Hudson</strong>.</p>



<p>Certo Manfredi non aveva lo stesso appeal e rimandava più a <strong>Jack Lemmon</strong> (partner di <strong>Doris Day</strong> in <em><strong>Attenti alle vedove</strong></em>, 1959) che allo statuario Rock, ma in quanto ad arte era un gigante.</p>



<h2>Catherine strizza l&#8217;occhio a Doris Day</h2>
<p>Scritto oltre che diretto da Festa Campanile, non fa rimpiangere le commedie d&#8217;oltreoceano in quanto a brio.</p>
<p>Catherine è deliziosa, elegantissima negli abiti di <a href="https://moda.mam-e.it/forquet-federico/"><strong>Forquet</strong></a>, a tono con lo stile che <strong>Jean Luis</strong> creò per Doris. Ovviamente le disponibilità della <strong>Cecchi Gori</strong> non erano quelle della <strong>Universal</strong> e dunque il guardaroba della prima è decisamente più contenuto di quello della seconda.</p>
<p>Il modello femminile – di donna moderna, indipendente e volitiva – è però lo stesso, come le stesse sono le ingenue allusioni e la leggerezza del tutto.</p>
<h2>Resta un film italianissimo</h2>



<p>Le scenografie di <strong>Pier Luigi Pizzi</strong> raccontano della buona borghesia in un&#8217;Italia che ancora non si era accorta che il Boom stava già tramontando. Le ambientazioni sono però lontane da quelle americane, che replicavano le vistose o leziose – ma funzionalissime – case d&#8217;oltreoceano. Ai tempi l&#8217;America non ci dava certo punti in stile, ma in comfort era anni avanti a noi.</p>
<p>Il film ebbe diverse scene girate in esterni all&#8217;EUR, quartiere romano simbolo dell&#8217;Italia del Boom e che ritroviamo in diversi film di quegli anni.</p>



<h2>La primadonna è lei</h2>
<p>La Spaak è molto convincente, pur essendo ancora doppiata. La sua popolarità all&#8217;epoca era ormai tale che nei titoli di testa (ma non in tutte le locandine del film) il primo nome è il suo, mentre ne <strong><em>La parmigiana</em></strong> di <strong>Antonio Pietrangeli</strong> di soli tre anni prima aveva dovuto lasciare il posto a Manfredi, pur essendone la protagonista.</p>
<p>Dunque l&#8217;ordine in questo caso è capovolto, eppure il mattatore in questa deliziosa commedia è proprio Manfredi, mentre vi compaiono <strong>Mario Pisu</strong>, un grande <strong>Vittorio Caprioli</strong> e una sempre brava e splendida <strong>Maria Grazia Buccella</strong>.</p>



<h2>Altre somiglianze</h2>
<p>Come nei film della Day e Hudson, anche qui troviamo l&#8217;amico confidente e inaffidabile, ma se là c&#8217;era l&#8217;inconfondibile <strong>Tony Randall</strong>, qui troviamo il bravo <strong>Gino Pernice</strong>.</p>
<p>In questo film di Festa Campanile c&#8217;è perfino un&#8217;allusione alle famose caramelle Vip di <em><strong>Amore, ritorna!</strong></em>, che la coppia hollywoodiana girò con enorme successo nel 1961.</p>



<p><img loading="lazy" class="alignright wp-image-4358 size-full" title="Adulterio all'italiana Bada Caterina" src="https://www.aidamelemagazine.com/wp-content/uploads/2022/04/Adulterio-allitaliana-45-giri.jpg" alt="Copertina disco Bada Caterina" width="300" height="298" srcset="https://www.aidamelemagazine.com/wp-content/uploads/2022/04/Adulterio-allitaliana-45-giri.jpg 300w, https://www.aidamelemagazine.com/wp-content/uploads/2022/04/Adulterio-allitaliana-45-giri-150x150.jpg 150w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Altro elemento comune la presenza di una canzone, tanto come sigla che come motivo musicale conduttore, cosa davvero tipica delle commedie d&#8217;oro di Doris Day, essendo una cantante notissima.</p>
<p><strong>Franco</strong> <strong>Migliacci</strong> per il testo e <strong>Armando Trovajoli </strong>per le musica, furono gli autori di <a href="https://www.youtube.com/watch?v=xRrVRNIXfMM"><strong>Bada Caterina</strong></a>, delizioso tormentone di <strong><em>Adulterio all&#8217;italiana</em></strong>.</p>
<p>Trovajoli fu anche l&#8217;autore della colonna sonora originale del film.</p>



<h2>Infine</h2>
<p><strong>Adulterio all&#8217;italiana</strong> tiene il ritmo dall&#8217;inizio alla fine, con una chiusura decisamente audace per i tempi.</p>
<p>Va visto liberi da pregiudizi femministi, perché la lotta per la parità qui ha la spensieratezza di una commedia perfetta, i cui tempi comici sono scanditi dalla determinazione spaesata dell&#8217;uno e dalla forza di carattere dell&#8217;altra.</p>



<p>&nbsp;</p>



<p><!--more--></p>
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		<title>Pupella Maggio. Poca luce in tanto spazio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[A.M.]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 Apr 2022 17:03:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema & Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[#biografie]]></category>
		<category><![CDATA[#libri]]></category>
		<category><![CDATA[#recensioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nella sua autobiografia Poca luce in tanto spazio Pupella Maggio scrive: «Fin da ragazza avevo sempre saputo che la mia data di nascita era un gioco di numeri, 10/10/1910, poi un bel giorno m&#8217;è venuta la &#8220;bella&#8221; idea di sposarmi e, chiedendo le carte, rovistando i documenti dell&#8217;epoca, uscì fuori a sorpresa il 24 aprile». [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="wp-image-4385 size-full alignright" src="https://www.aidamelemagazine.com/wp-content/uploads/2022/04/Pupella-Maggio.jpg" alt="Pupella Maggio" width="231" height="218" />Nella sua autobiografia <em><strong>Poca luce in tanto spazio</strong></em> <strong>Pupella Maggio</strong> scrive: «Fin da ragazza avevo sempre saputo che la mia data di nascita era un gioco di numeri, 10/10/1910, poi un bel giorno m&#8217;è venuta la &#8220;bella&#8221; idea di sposarmi e, chiedendo le carte, rovistando i documenti dell&#8217;epoca, uscì fuori a sorpresa il 24 aprile».</p>
<p>Come fu come non fu<span id="more-4374"></span> – allora era tutto meno certo in materia anagrafica – fatto sta che la grande Pupella ufficialmente oggi avrebbe compiuto gli anni.</p>
<h2>Odi et amo</h2>
<p>Una vita segnata dal teatro, che disse peraltro di odiare, ma che ammise essere stato l&#8217;unico legame stabile della sua vita. L&#8217;amante che non l&#8217;aveva mai tradita.</p>
<p>Insomma un rapporto di amore-odio che però le diede anche una storia e un&#8217;identità.</p>
<p><em>Il teatro è una bestia senza testa e senza coda, non sai mai come prenderlo </em>(&#8230;) <em>nella mia mente il teatro non era un rito, una chiesa, non mi dava emozioni: era semplicemente casa</em>. Questo raccontava.</p>
<p>E come non poteva non essere così, se Pupella era nata nel palazzo del Teatro Orfei di Napoli, nel rione Carriera grande vicino la ferrovia, nella stanza sopra il palcoscenico!</p>
<p><figure id="attachment_4388" aria-describedby="caption-attachment-4388" style="width: 300px" class="wp-caption alignright"><img loading="lazy" class="wp-image-4388 size-full" src="https://www.aidamelemagazine.com/wp-content/uploads/2022/04/Pupella-Beniamino-e-Rosalia-2.jpg" alt="Pupella Maggio con i fratelli Beniamino e Rosalia" width="300" height="200" /><figcaption id="caption-attachment-4388" class="wp-caption-text">Foto tratta dalla locandina di È&#8230; &#8216;na sera &#8216;e&#8230;. Maggio (1983)</figcaption></figure></p>
<p>Figlia d&#8217;arte per parte di madre da sette generazioni, mentre il padre <strong>Domenico Maggio </strong>aveva iniziato come barbiere, ma per arrotondare suonava ai matrimoni il mandolino.</p>
<p>A sedici anni si innamorò della bella <strong>Antonietta Gravante</strong>, figlia del proprietario di un piccolo circo equestre, discendente da una stirpe di artisti, che fin dal Settecento giravano allestendo spettacoli.</p>
<p>A diciotto anni la sposò e il teatro fu da subito il mestiere di questa giovane coppia che si amò fino alla fine – ricordava Pupella – e che mise al mondo, fra uno spettacolo e l&#8217;altro, ben sedici figli.</p>
<p>Di questi ne arrivarono all&#8217;età adulta solo sette e furono tutti artisti: oltre a lei, <strong>Enzo</strong>, <strong>Dante</strong>, <strong>Beniamino</strong>, <strong>Rosalia</strong>, <strong>Icadio</strong> e <strong>Margherita</strong>, ma questi ultimi due morirono purtroppo giovani.</p>
<h2>Un nome, un destino</h2>
<p>Pupella prese il nome proprio dal suo primo ruolo. In quell&#8217;occasione interpretava infatti una pupa, ovvero una bambola, e nello stesso teatro in cui era nata soltanto due anni prima.</p>
<p>L&#8217;opera era <em><strong>La pupa movibile</strong></em> di <strong>Eduardo Scarpetta</strong>, ricavata da una pochade francese intitolata <em><strong>La poupée</strong></em>. Fu suo padre a volerla, al tempo in ditta nella compagnia <strong>Maggio-Cafiero-Mascotti</strong>.</p>
<p>In pochi lo sanno, ma il suo vero nome era in realtà <strong>Giustina</strong>. Ci fu un tempo in cui avrebbe voluto riprenderselo, ma fu proprio il padre a sconsigliarla: il pubblico la conosceva ormai così e sarebbe stato un grave errore cambiarlo. E così fece. Col tempo gli fu grata, perché per tutti era ed è la sola e unica Pupella.</p>
<h2><img loading="lazy" class="alignright wp-image-4389 size-full" src="https://www.aidamelemagazine.com/wp-content/uploads/2022/04/Pupella-ed-Eduardo-2.jpg" alt="Pupella Maggio col busto di Eduardo" width="300" height="292" />La prima volta che la vidi</h2>
<p>Il mio primo ricordo di lei è da ragazzina davanti al televisore a guardare <em><strong>Natale in casa Cupiello</strong></em>. Era il 1977 e la Rai aveva deciso di rieditare a colori le principali commedie di Eduardo e quelle di suo padre Scarpetta.</p>
<p>Pupella fu da allora nel mio immaginario, perennemente legata a Eduardo, con la cui opera sono cresciuta. Credo di essere stata una delle poche ragazzine a fare i salti di gioia di fronte a una musicassetta in cui il grande Eduardo declamava le proprie poesie. Ce l&#8217;ho ancora. Certo non era un regalo usuale a quell&#8217;età&#8230;</p>
<p>Molti anni dopo comprai in blocco in una bancarella a Napoli l&#8217;intera collezione di VHS del suo teatro più noto pubblicata dalla ERI: un azzardo per quel che si raccontava sui bidoni che ti potevano capitare, ma io guardai dritto negli occhi il venditore e gli chiesi candidamente se mi potevo fidare e mi fidai del suo sguardo limpido e diretto nel rispondermi. E feci benissimo!</p>
<h2>1955 &#8211; 1979</h2>
<p>Trascorsero ventidue anni insieme sul palcoscenico, con qualche stagione saltata, quando Eduardo non la scritturò per qualche divergenza sorta. Si scontrarono spesso, ma si stimarono sempre. Anche quando un grosso litigio mise fine al sodalizio artistico e a ogni loro rapporto. Era il 1979.</p>
<p>Si rividero poi a Taormina nel 1984 per la consegna a Pupella di uno dei tanti premi vinti negli anni: il premio Idi.</p>
<p>Quando gli si avvivinò, sulle prime Eduardo disse di non conoscerla, poi fu lui a cercarla e fu un colloquio pieno di affetto e stima. Non ebbero più modo di rivedersi: Eduardo morì pochi mesi dopo.</p>
<p>Inevitabile che la sua biografia abbia lunghe pagine dedicate al grande attore drammaturgo. Un ritratto pieno di amore e riconoscenza, ma schietto come era nella natura di Pupella.</p>
<h2><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-4392 size-full" src="https://www.aidamelemagazine.com/wp-content/uploads/2022/04/Poca-luce-in-tanto-spazio-Pupella-Maggio-libro.jpg" alt="Pupella Maggio autobiografia" width="250" height="378" srcset="https://www.aidamelemagazine.com/wp-content/uploads/2022/04/Poca-luce-in-tanto-spazio-Pupella-Maggio-libro.jpg 250w, https://www.aidamelemagazine.com/wp-content/uploads/2022/04/Poca-luce-in-tanto-spazio-Pupella-Maggio-libro-198x300.jpg 198w" sizes="(max-width: 250px) 100vw, 250px" />Pupella, raccontami di te</h2>
<p><em><strong>Poca luce in tanto spazio</strong></em> è una biografia che nella forma e nel dichiarato intento dell&#8217;editore <strong>Carlo Grassetti</strong>, che la curò, è quella di una lunga e gradevole intervista, che si chiude con una serie di domande incalzanti.</p>
<p>Ovviamente non prescinde da una cospicua parte dedicata ad alcuni suoi lavori teatrali.</p>
<p>Si tratta comunque di una lunga chiacchierata con questa straordinaria artista e dunque non ha un andamento perfettamente organico, ha alcune ripetizioni, una contraddizione che nella sostanza è più un bisticcio di date, mentre un&#8217;altra è più un alternarsi di sentimenti diversi di fronte al medesimo quesito.</p>
<p>Cosa comprensibilissima in una conversazione in cui si è lasciata una signora di ottantacinque anni (il libro infatti uscì nel 1995) libera di raccontarsi in più momenti e non tutto d&#8217;un fiato, attingendo anche da molte interviste rilasciate in anni diversi.</p>
<h2>Onesta col suo pubblico</h2>
<p>Alle volte a ricordare ci si pone in modo differente a seconda dei sentimenti del momento e dei momenti della vita e così va compresa questa biografia, che resta perfettamente autentica, perché, come scrive fin dall&#8217;inizio Pupella, <em>in un libro bisogna dire sempre tutta la verità. Fino in fondo. Non bisogna barare, in nessun caso. Io, col pubblico, non ho mai barato</em>.</p>
<p>Ne esce un ritratto umanissimo e talmente schietto da creare qualche imbarazzo, dato il candore di una donna che non si preoccupava di nascondere né di spiegare oltre il dovuto: troppo &#8220;pulita&#8221; e dal carattere troppo forte per preoccuparsene.</p>
<h2>Dal teatro al Cielo e ritorno</h2>
<p>Pupella io l&#8217;ho amata infinitamente come attrice, ma l&#8217;ho scoperta come donna leggendo di lei e devo dire che la cosa che più mi ha colpita è stata la sua fede.</p>
<p>Una fede autentica, compleatamente priva di condizionamenti e sovrastrutture, perché per sua stessa ammissione non si era potuta permettere un&#8217;istruzione religiosa come del resto nemmeno una scolastica. Però granitica.</p>
<p>Nel leggere le sue riflessioni, ho trovato l&#8217;essenza del rapporto con Dio, quella che più riesce a tutti difficile: l&#8217;abbandono totale e confidente nell&#8217;amore del Padre, il saper accogliere la Sua volontà con fiducia anche quando umanamente si vorrebbe sfuggire la prova o comprenderne la volontà.</p>
<p>Tutto con un linguaggio da fanciulla, da creatura semplice, ma in fondo non sono poi le creature semplici quelle più vicine a Dio? Impossibile, a questo punto, non pensare per associazione a <a href="https://www.aidamelemagazine.com/tina-pica-cinquantanni-senza-caramella/"><strong>Tina Pica</strong></a>!</p>
<h2>Per sempre Cunce&#8217;</h2>
<p>Un libro questo che è un viaggio nella storia del teatro, nella vita straordinaria di una donna, che, fosse stato per lei, avrebbe voluto fare la modista e creare cappellini eccentrici e che invece fu la musa, oltre la sorella Titina, di Eduardo De Filippo, che di Pupella disse: «avevo bisogno di questa faccia di terracotta etrusca, di quest&#8217;anima e di questo coraggio».</p>
<p>Pupella ci ha lasciati nel 1999, nel giorno dell&#8217;Immacolata, ma ogni volta la ritrovo nel teatro di Eduardo. Fra tutte le opere la preferisco lì, in casa Cupiello, ciabattando vicino al comò.</p>
<p><em>Lucarie&#8217;, Lucarie&#8217;, scetete, song &#8216;e nove!</em></p>
<p>Immortale. Eterna.</p>
<p>&nbsp;</p>
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